Metrica: interrogazione
614 endecasillabi (recitativo) in Cesare in Egitto Venezia, Rossetti, 1735 
Al sempre augusto, al sempre grande, invitto
di sincera amistà tributo rende,
tanto l’armi latine e il tuo gran nome,
fece rimbombo in queste spiaggie ancora,
il mio signor per me tuo servo onora.
sempre gradì di Tolomeo l’affetto;
io grato gli sarò, le ricche offerte
che i doni no ma la sua fede accetto.
il don che t’offre dei nemici tuoi. (Vengono condotti i priggionieri)
tra queste d’empietà servili spoglie
e di Pompeo la sventurata moglie.
Ritorna a Tolomeo, grazie gli rendi, (Ad Achilla)
ch’egli m’invia pietosamente accolgo,
l’aspre ritorte di mia man disciolgo.
ricuso libertà, t’odio, detesto,
il solo don che ti dimando è questo.
forse la placherai; quest’è suo figlio.
l’acerbo tuo destino e il tuo periglio;
alla tua genitrice, in quest’amplesso
scorgo che sei romano e sei mio figlio.
Dall’ingiusto rimprovero che offende,
signor, la tua bontà scuopri abbastanza
delle vittorie tue l’inutil frutto.
serbano i vinti contro te. Vincesti
compie la tua vittoria e t’assicura
per sempre d’un nemico; osserva, questa
ch’or ti presento è di Pompeo la testa. (Presenta la testa di Pompeo)
a Cesare tal dono? E chi frenare
dell’indegno delitto aspra vendetta.
Dov’è la cara spoglia? Il busto essangue?
figlio, numi del ciel, Lepido, oh dio!
dove posso e commando il nome mio?
no, d’averti a pregar non attendea.
tutto perduto avrei pria d’abbassarmi
a chiederla da te ma poiché tanto
Cornelia ai piedi tuo’ supplice umile. (S’inginocchia)
che di lui resta ancor misero avanzo,
                                   Sì giuro ai numi
tutellari di Roma, il sangue sparso
vendicherò del tuo consorte, avrai
Vivi sicura, io la mia fede impegno.
fa che il duol non m’uccida. Al tuo tiranno,
barbaro messaggier, torna e gli recca
lo spavento, il terror, digli che tema
Cesare, l’armi sue, Roma sdegnata
ma più di tutto il mio furor paventi.
vuo’ straparli dal seno il core infame;
io troncherò del viver suo lo stame. (Parte)
                                    D’un re tiranno
abborro il nome e l’amicizia io sdegno.
che pietade non merta e non la speri.
A me, signor, la libertà concedi;
m’offro svenar il re malvaggio e poi
tornerò, lo prometto, a’ lacci tuoi.
                                   Di tua pietade
temo assai più che del tuo sdegno.
                                                               A voi,
con idea di viltà macchiato e oscuro,
detesto il fallo e la vendetta io giuro.
cangiarsi un dì. Chi sa! Regge fortuna
il destin de’ mortali ed ella spesso
opprime altrui per solevar l’oppresso.
serve ancor la fortuna. I numi stessi
                                   L’Egitto forse
se la nostra amistà Cesare sdegna,
vedrai che invano Tolomeo non regna.
rimane in libertade, amarla io posso
senza delitto e le sue nozze ancora
posso sperar; ma dell’affetto ad onta
aborro il traditor; piacer non sento
se mi recca la pace un tradimento.
del genitor, la patria lege e poi
il voler di Pompeo da te traffitto
con te che ora l’usurpi egual diritto.
                              Cleopatra è vero
tra le cura d’amor qua s’incammina.
Oggi tu diverrai sposa e regina.
non unir Tolomeo, se potei tanto
tra le mura di Roma in fresca etade,
spero molto ottener. Cesare forse
meno la mia beltà che un traditore.
                                    Mio re!
                                                    Che rechi?
                                        I doni miei?
il premio di tua fé; quell’opra illustre,
ti ottiene il mio; di tue vittorie è questi
                                      Ah dei Romani
Egli amico non vien; del nostro regno
vien a spogliarne; alla tiranna Roma
schiavi n’andremo; ah se tra noi communi
commune ancor sia la vendetta, uniti
tu vanne a lui, arti, lusinghe adopra,
ingannalo, se puoi; ti cedo il trono,
più non so contrastarlo; amo lo scetro
che in quella d’un nemico e d’un romano.
Lo scetro tuo, s’egl’è tuo don, nol voglio,
quello s’adempia sol; Cesare è giusto,
fia prezzo del mio amore il tuo perdono.
Cesare muove ad insidiarmi il trono;
quest’è il suo sdegno e reo di questo io sono.
Non t’avvilir perciò, armi ed amici
ed animo guerriero a noi non manca,
finché tutto al nostr’uopo oggi s’appresti;
il fato di Pompeo sulla sua testa.
resister non potrà; da noi trafitto,
di due tiranni suoi Roma all’Egitto.
Sulla mia fé riposa, oggi vedrai
il nemico perir fra sue vittorie;
s’attenda al varco; per trionfar sicuro
è talvolta virtù l’esser tiranno. (Parte)
Cornelia è la maggior; eccola, oh come
Di’, rispondi, crudel, che ti fec’io?
la ragione comun, versar quel sangue
così caro agli dei e poi, spergiuro,
offrir sugl’occhi miei la tronca testa?
                                       Sei nello sdegno
più vaga ancora; odi Cornelia, è servo
                                        Onde?...
                                                          I privati
al comun ben sagrificare è forza;
ospite insieme e, ciò che tu tacesti,
beneficato ancor dovea, il confesso,
                                      Taci spergiuro.
                                               E qual raggione
                                                      Spesso
                                      E spesso ancora
serve di velo all’opre ree, tiranno,
a chi il regno ti diè ritor la moglie,
far senza colpa priggioniero il figlio,
svenare in faccia agl’ospitali dei?
Quest’è il publico ben, quest’è virtude?
Va’, che un indegno, un traditor tu sei.
a nuova vita il tuo Pompeo ma posso
rasciugare i tuoi pianti e questa destra...
                                Offrirti.
                                                 Ancor fumante
osi a Cornelia favellar d’amori?
                                    Pria della morte.
                                        Ed io romana.
Giusti numi del ciel, pria che nel seno
per l’indegno tiranno io senta amore,
vengan le furie a lacerarmi il core.
per soverchio tacer tradir me stesso;
t’amo, lo sai, all’amor mio prevalse
il rispetto finor. Vedova alfine
                                          Basta.
                                                        Cotanto
                                          Mal ti consiglia
Lepido l’amor tuo; la mia sventura
infelici fa sempre i miei più cari.
prima al giovine Crasso, indi a Pompeo;
fosti misero assai, parti e m’oblia.
la mia morte dovessi, oggi concedi
                                              Oggi? E non sai
il tradito consorte a me d’intorno?
questo vuol l’ombra sua, questo è più giusto.
le diede il ciel? Dei che m’udite, ah voi
con chi più vi somiglia irati siete.
                                    Al vincitore
non a Cesare di’; pensi che forse
quale accolto saria se vinto fosse?
data con dono egual tu la mia testa.
ti fu Pompeo, io l’onorai ma poi
che emulo ti si fece e all’armi venne
per la vittoria tua furo i miei voti;
                                      Mal lo credesti;
mi vide il mondo sì, non inumano;
Se però l’accoglievo, il regno mio
                                    Ciò t’era meglio
che esser ospite infido e prence indegno.
                                  Tu mi togliesti
                                         Per l’opra mia,
                   Per l’opra tua, per te dirassi
più ch’alla mia virtude a un tradimento.
                                          Opra più indegna
                                       Cesare invitto,
e l’innocente per il reo ti prega.
Ahi, che incontro fatal! Bella Cleopatra
                                       Cesare, ancora
non punisti il fellon? Spirito errante
la giurasti poc’anzi ed ei l’aspetta.
Fier contrasto al mio cor! (A parte)
                                                Che mai rissolve! (A parte)
                                      Giustizia io chiedo.
                                      Ora vedrassi
chi è il console di Roma e chi il tiranno.
Cornelia... Cleopatra... Oh dei, che affanno.
                               Un cittadin romano. (A Cesare)
                                   Odi regina... (A Cleopatra)
                                       Pensa ai tuoi detti;
tanta colpa obliar. Posso sottrarmi
                                 Tu lo punisci
                                L’offesa è Roma,
se il condanna il Senato io non l’assolvo.
scritta è la colpa sua; prendi; tu stessa
sollecita il suo arrivo; aggiungi in esso
le tue preci, i tui pianti. Io vuo’ de’ padri
anch’io servo alla patria e son suo figlio.
Spergiuro, mentitor, quando si tratta
Roma non è tua madre; allora solo
che ti chiedo vendetta, allor, crudele,
sei della patria tua figlio fedele?
                                            L’inutil foglio
e lacero e calpesto; al suol rimanga
il testimon di tua viltà; codardo,
dimmi che sei amante e non sei figlio.
Deh placati Cornelia, il giuramento
                                         Io non t’ascolto,
ti lascio in libertà; da te non cerco
più la vendetta mia; dal ciel, dai numi,
dal mio furor l’avrò. Tu siegui intanto (A Cleopatra)
l’infido a incatenar. Tu disleale (A Cesare)
servi alla tua passion. Re disumano (A Tolomeo)
schernisci il mio dolor. Tutti nemici
siate di me. Benché tradita, oppressa
saprò di tutti vendicarmi io stessa.
grazia ottener, signor, ten priego, assolvi
                                         Odi Cleopatra,
se m’assolve Cornelia, io son contento.
piangi al suo piè, chiedi la vita in dono,
se t’assolve Cornelia, io ti perdono.
valessero a piegar la donna altera,
per più bella caggion pianger vorrei,
solo dell’amor mio gli parlerei.
di Cesare trionfi. Addio, regina;
Tolomeo ti conservo, altra mercede
non ti chiedo, mio ben, che la tua fede.
darti fede poss’io quando mi lasci?
Tu di vane speranze ancor mi pasci.
                                              Tutte; la vita,
il sangue; al tuo voler tutto concedo.
Bastami l’amor tuo, tanto non chiedo.
miei fastosi pensieri il vostro impegno;
di Cleopatra al cor. Del mondo intero
se mi seconda il fato, avrò l’impero.
s’adunano gl’armati e già del porto,
già della reggia tutta e del gran ponte
                                         Ora minacci
l’ambizioso roman; tu l’opra adempi
e poi da un grato re chiedi, che nulla
                                  Molto si chieda
da chi molto può dare. A te superba
                                            Che brami?
                                    No, non mi sdegno.
per il bel di Cleopatra arsi tacendo,
                            Non più, dicesti assai.
Pria che tramonti il dì sposa l’avrai.
Signor il dono tuo mi fa più ardito;
ti prometto le spoglie. Al braccio mio
giunge forza l’amor; già non pavento
del valor de’ Romani e vinto e oppresso
al tuo piè condurò Cesare istesso.
l’innimico cadrà. Cadranno seco
quanti condusse ad infestar l’Egitto.
                                                 E i sdegni tuoi
                            Sempre vivran. Che fia,
testa del mio Pompeo? Ancor vi resta
                                                Erri; il mio regno
                                                        Indegno!
lo giuro, alto rimorso al cor rissento
necessario al mio regno. Il tuo dolore
modera e l’ira tua. L’eccesso rio
m’essibisco pagar col sangue mio.
Non ricuso l’offerta; io lo vuo’ trare
barbaro osserva a qual miseria estrema
priva di libertà, priva di sposo,
col pianto agl’occhi in vedovili spoglie,
più libera non son, non son più moglie.
                                                           Indietro
temerario, superbo, a tant’eccesso
s’avanza l’ardir tuo! Mirami in volto,
d’un atto di viltà, mal t’ingannasti,
pensa ch’io son romana e ciò ti basti.
                                 Invan Cornelia
noi qui restiamo e invan si perde il tempo.
                                       Quell’odio è spento.
e nemico credei ma non spergiuro.
                                                      Ei finga,
noi tradir può ma non tradir il cielo.
                                        Ch’io di qua vada
e vada inulta? Ah non fia vero; ascolta.
quello che mi vuol sua, quello che m’ama.
grand’ardir, gran coraggio; un cuor romano
Cesare estinto e Tolomeo svenato,
vendico il mio signor, servo a Cornelia,
la patria vendicata e me contento.
ti pregai pel germano e prima or sono
contro te, contro i tuoi nascoste frodi.
la città di soldati, ei pensa forse
                                        È a me già noto;
commandai ciò che voglio e lo prevenni.
Regina non temer; lascia che stanco
il tumulto de’ miei, prenda a quest’ombra
fia che consiglio il suo operar ne porga. (Siede e s’adormenta)
per la nuova fatica. Io veglio intanto
alla salvezza tua. Da te mio bene
dilungarmi non vuo’... Ma qui s’appressa
gente; che mai sarà? Mi celo. Intanto
                                    Nel sonno oppresso
lo spergiuro, il nemico! Amato sposo,
dove ucciderlo debbo; ardisci e cada... (Snuda lo stile e mentre si vuol avvanzare a Cesare s’arresta dicendo)
chi difesa non ha... Sì; col tiranno
me lo chiede Pompeo, lo voglion tanti
miseri estinti cittadini... (S’avanza)
                                               Aspetta.
forse col merto il premio? Io svenar deggio
                                     Eccoti il ferro.
                                         Fermati e scorgi
come gli passo il cor. (In atto di ferirlo)
                                        Cesare sorgi. (Desta Cesare e trattiene Lepido)
                                  Lepido è quello
che svenar ti dovea; lo stile, il braccio
                                               Il braccio
Lo stile è mio; qui si celava e ancora
quando vicino hai di Pompeo la moglie?
Ambi voglion tua morte, ambi son rei.
contro il Cesare vostro? E in che v’offesi?
Perché non fui con Tolomeo crudele
son reo nel vostro cor? Chi intese mai
che la pietà fosse delitto! Indegni,
sarò crudel; vuo’ che cominci in voi
la mia severità gl’uffizi suoi.
renditi pur. Via, quella morte istessa
che a te dar non sepp’io porta al mio seno;
quest’è quel più che far mi puoi ma questo
de’ miei fieri tormenti ancora è il meno.
chi della colpa è reo, Lepido mora.
                                         Ambi punisci.
Salva la vita tua, tronca lo stame
d’un’empia donna e d’un amico infame.
per vendicarmi ingiusto. Il tuo germano
a Roma condurrò. Fra i cittadini
non vi sarà chi con il ferro in mano
ricusi vendicar l’atto inumano.
ch’esser un dì solea, la destra armata
                                 Tu fra catene
come il suo vincitor Roma riceve.
altre pene per me? Su via scagliate
questo solo desio, sol questo aspetto.
non merita pietà; pure il tuo duolo
m’intenerisce. Porgerò i miei voti
Se ti fidi di me, spera il perdono.
m’incenerisca anzi ch’il seno mio
                                    Deh frena ormai
Cedi, cedi al destin che verrà il giorno
                                         Eh non consento
celar lo sdegno mio per vendicarmi.
vuo’ che lo sappia e fra catene ancora
tema dell’ira mia nanzi ch’io mora.
sperarlo io posso! Fra nemiche genti,
del tiranno in poter, priva d’amici,
senz’aiuto o consiglio, e che potrei?
Vuo’ seguir l’infelice. Il duolo atroce
                                 Rivolgi il passo
dove è l’uopo maggior. La spada impugna
per Cesare, per te, per tutti questi
compagni tuoi. Già Tolomeo destina
sparger il vostro sangue e se tardate
tutti v’atterra un tradimento infame.
E crederti potrò? Del suo germano
                                        Io non conosco
in un re traditore il sangue mio,
                                         A’ miei Romani
volo, la spada impugno e se la sorte
vorrà la morte mia, cadrò da forte. (Parte)
Numi del ciel, tutti i miei voti sono
per l’amante pietoso; io del germano
                                          Bella Cleopatra.
                                     No mia reggina...
piena è d’armati e di custodi?
                                                        È d’uopo
la libertade assicurare e il regno.
                               Cerca il suo scampo
                                        Pensa che fai,
che consigli al tuo re; vuoi contro Egitto
muover uomeni e dei? D’opra sì audace,
L’onor, la gloria e Cleopatra in moglie.
E Cleopatra in moglie! Infame servo,
fino alla tua regina e a quest’impero?
mi rispondi così; ma esposta all’ira
che mia ti voglia a gran ventura avrai.
faccia di me quel che può far la sorte,
prima ch’esser di te sarò di morte.
ed a te, suo signor, sempre inumana.
io deprimer saprò. Porgi Cleopatra
ad Achilla la destra; il tuo germano,
                                           Presumi invano
violentarmi ad amar l’odiato oggetto.
bramo la destra tua non il tuo affetto.
                                         Basta, rifletti,
due cose io ti propongo; eleggi; o sposa
                                                   T’intendo.
Vuoi dir ch’io morirò, già lo preveggo.
Achilla abborro e di morir m’eleggo.
di consolarti il modo. Ora si pensi
è quel Cesare invitto; or venga Giove
                                          Fra poco
della plebe di Menfi ingiuria e giuoco.
                                L’odio suo diviso
                                   Sieguimi amico,
pugneremo da forti ed in poch’ore
ed avrà la sua pace il nostro core. (Parte)
secondato è dal ciel, vedrò umiliato
di Cleopatra l’orgoglio. Ostenti ardita
fin che può l’ira sua. Cesare pera.
più cauta nel suo sdegno e meno altera.
siam di forze ineguali e non di cuore,
O vincere o morire; il nostro braccio
siate ora qui, qual sempre foste in campo.
                                         A provocarmi
Cesare contro voi solo ancor basta. (Cesare entra incalzato, poi torna solo)
la virtù fu de’ miei, se quivi attendo
solo che giova? E dove gir? Nel nuoto
la salute si cerchi. Il faro è presso;
misero Tolomeo, misera Egitto. (Depone l’armi e si getta dal ponte)
ecco le spoglie sì temute. È vinto,
è domo il suo valor; quelle sì chiare
un punto sol tutte oscurò nel mare.
tu chiami Tolomeo? (A Cornelia) Empio ed ingiusto
si alletta un mio nemico e ingiusto sono,
son tiranno, lo soffro e vi perdono?
Sta Cesare per voi? Cesare è vinto;
ei nel mare perì. Solo qui impero,
solo do leggi, lo conosci? (A Cleopatra)
                                              È vero.
                                                  Ne menti.
ambe potrei, nelle mie man voi siete
e ubbidirmi convien. Sposa d’Achilla
                              La tua germana
                                                       Rissolsi.
                                  Pria della morte.
Non più, mi udiste, al mio voler conviene
umiliar l’intempestivo orgoglio.
                      Non posso.
                                            Ed io non voglio. (S’alza da sedere)
le tue barbare voci. Esserti deggio
o consorte o nemica? Odimi dunque,
io nemica ti sono, odio il tuo volto,
abborro il nome tuo; sappi che sei
un oggetto di sdegno agl’occhi miei. (Parte)
sovra te l’ira mia. Tu pur ingrata
                                           Empio, crudele
mi rapisti il mio ben; tu m’involasti
la mia felicità. Che mai di peggio
far mi potrai? Su via, provati ed usa
                                Sarai contenta,
                                 Signor ritorno
tinto del sangue de’ nemici tuoi;
svenai col brando mio. La bella pace
                                          Cesare vive?
Dal ponte si gettò; forse nel mare
                                  Barbare stelle!
                                    Sì mi ramento;
                                       Come?
                                                       La morte
                                              E perché mai?
                                         Ma giusto prezzo
                                                     Achilla
                               Da un empio, da un tiranno
                                              Olà t’aqueta,
rissolsi già; vada Cleopatra e mora;
e tu più cauto il mio commando adora.
mio ben l’affetto mio, saprò sottrarti
da l’ire del germano. A me la destra
                                           No, questa fugga
troppo vile saria. Voglio vendetta.
Se ti cale di me, se la mia destra
mora l’indegno e tu sarai mio sposo.
Bella t’obbedirò, del tuo germano
saprò il sangue versar ma se mi scorgi
poscia l’orror del tradimento in viso
cara non mi sdegnar, pensa che sei
quella tu che dirigge i moti miei.
                          Sì. (Tu lo speri invano). (A parte)
se l’amor mio tu speri; or che mi giova
lusingarti non sdegno; io vuo’ vendetta,
tu essequir la dovrai. Ma se m’inganna...
vendicarmi saprò... Come, in qual guisa?
che far potrei? Nol so. Smanio, sospiro
per l’estremo dolor quasi deliro.
                                      L’ottimo elessi.
                                    Quest’è il peggiore.
                                          Usa tua sorte.
                                     Morrò da forte.
Il figlio ancora ha della madre il core
                                 Sol che tu voglia
io te lo rendo e seco il regno mio,
seco il mio cuor; dammi la destra in pegno.
Abborisco il tuo core, odio il tuo regno.
                                           Vedrai crudele
che vacillar non so. Vanne mio figlio.
ricerca e di’: «La madre mia fra poco
mi seguirà ma qual dovea, tua moglie».
                                     A questi segni
la mia fortezza e la costanza mia.
                                 Anima mia, mio pegno.
romano sei; va’ da romano e mori. (Lo baccia e poi lo lascia)
il figlio di Pompeo soffra la morte.
                                        Muoia il tuo figlio.
esequite l’impero. (Ad una guardia)
                                    Empio, inumano,
sì barbara empietà! Sugl’occhi miei
Voi lo vedete e lo soffrite, o dei?
                                No, sì gran prezzo
non val la vita sua. Pria ch’acconsenta
quest’innocente vittima s’uccida.
più non mi fai pietà. Tenero pianto
salva sia la mia gloria e muoia il figlio.
E tu crudele, e tu inumano appelli,
Cornelia, il mio rigor? Cuor più spietato
chi mai vidde del tuo? Quest’è tuo sangue
né ti move a pietade! Orror mi fai;
tuo figlio minacciai. Ma tu spietata
o femina superba, o madre ingrata. (Parte)
stimoli della gloria e dell’onore.
                   E ben, che recchi?
                                                      Il cielo alfine
                                             Ed in qual guisa?
                                       Odimi; Achilla
l’arcano a me fidò; chiese in aiuto
il bracio mio; pria che tramonti il sole
                               Come sì tosto
divenne Achilla al tuo signor nemico?
ma tacque la caggion. Solo mi disse
                                Di me? Pavento
                                      Non temere; al tempio
simula i sdegni tuoi; fa’ che il tiranno
si lusinghi di te, finché la spada
giunga al suo petto e lo trafigga e cada.
                                           Tradirti? Ancora
bella non sai quanto il cuor mio t’adora.
pera il tiranno indegno e un colpo solo
all’aquile latine inalzi il volo.
Ecco l’attrio, ecco il tempio, ancor non veggo
E sarà ver che di Cornelia il core
abbia l’odio cangiato in dolce amore?
Nol credo no, qualche fatale arcano
qui si nasconde, ad ispiarne il vero
mi celerò fra queste mura, a caso
il ciel non mi salvò; con queste spoglie
non conosciuti, inosservati, amici,
restiam per poco; ancor tempo ci resta
qui dove regna il più crudel tiranno
per risarcir di nostra fama il danno.
parti e rivolgi da quest’are il guardo;
lo sdegno a simular. Se questa è colpa,
ritrovi almen qualche riposo in morte.
e giorno di vittorie; oggi l’Egitto
sacri ministri incominciate il rito
                                               Il più bel laccio
non strinse amore, idolo mio t’abbraccio.
Fermati Tolomeo; prima uno sguardo
                                                   È quella
ti ricondusse il genitor sul trono.
(E Lepido non viene. Ah son tradita). (A parte)
Vano è riandar delle passate cose
                                       Or via, da questo
T’è noto l’odio mio, tanto ti basti.
(Lepido traditor tu m’ingannasti). (A parte)
che più querele e più rigor, che pianto?
                                        Mora l’indegno.
                                          Io ti diffendo.
Che stravaganza è questa, i miei nemici
e m’insidian la vita i propri amici?
Farti scudo del reo! Basta sperguiro
che tu l’abbia diffeso, allora quando
l’empio sangue a versar! Non vi spaventi
ei v’ingannò; potria ingannarvi ancora;
                                                Io non consento
contro il sangue roman volger la spada.
un seguace non più ma un tuo nemico.
                               Non sei tu quello (A Lepido)
che dalle mani mi togliesti il ferro
                                                   Ed ora
ho rimorso, ho rossore e son pentito.
                                           Vedi Cleopatra
il tuo cenno impedito. Ucciso avrei
                                   Ah dei, che miro,
pur ti riveggo ancor. Sospendi Achilla
che se Cesare è meco, altro non bramo.
                                         Or Tolomeo
della mia morte? Osserva qual vendetta
                                          Cesare un giorno
dubbio sarà se fosti più glorioso
nel vincer forte o nel donar pietoso.
Achilla dal tuo re. Cornelia alfine
                                      Invan lo speri.
Cesare tu m’avrai. Se invendicata
sono per tua caggion, tutto il mio sdegno
alla patria tradita, a Roma io torno.
console traditor, mostro spietato. (Parte)
a tue vane minaccie il mio cuor forte.
                                       Alfin io posso
                                    Se del mio regno
vaga è Cleopatra, io glielo cedo; basta
                                          Ad altro tempo
ciò si riserbi. Il sagro tempio è presso,
vadasi al nume innanti e il cuor divoto
nostra felicitade, offriamo in voto.

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