Metrica: interrogazione
388 endecasillabi (recitativo) in Griselda Venezia, Rossetti, 1735 
Questo, o popoli, è il giorno in cui le leggi
da voi prende il re vostro. A voi fa sdegno
donna avvezza a vestir rustico ammanto;
decretato è il ripudio e voi ne siate
giudici e spettatori; or che la rendo
col vostro amor quel del mio core emendo.
l’affar, per cui sul primo albor del giorno
                                          Tutta quest’alma
                                         Siedi.
                                                       Ubbidisco.
qual io fui, qual tu fosti.
                                             (Alto principio).
                                    Era il tuo incarco...
                                   Il mio...
                                                    Dar leggi al mondo.
della mia povertà vile ed abietta.
                                             E fui tua serva.
                                         Ed io nel core.
non dovea tanta fede e tant’amore).
                               Una figlia.
                                                     E tolta questa
E più non ebbi, oh dio! notizia alcuna.
compì d’allor l’annua carriera il sole.
                                             Io fui per essa
                                      Era tuo sangue
e versar lo potevi a tuo piacere.
                                           Meno amar io
non ti potrei, s’ancor versassi il mio.
                                 In sì gran tempo
ti spiaqui? T’oltraggiai?
                                             Grazie sol n’ebbi.
Di quanto feci io non mi pento. Il cielo
testimonio mi sia. Ma pur conviene
che i miei doni ritratti. Il re talvolta
dee servire a’ vassalli e seco stesso
per serbarne il dominio esser tiranno.
Dove tu imperi ogni raggion condanno.
ubbidirmi ricusa. Ella mi sgrida
che i talami reali abbia avviliti
con sposare Griselda e non attende
da’ boschi ove se’ nata il suo monarca;
sposa di reggio sangue al trono, al letto.
tanti lustri soffrì me per reggina
                                         Ella è gran tempo
che ricalcitra al giogo. Io già svenai
di stato alla raggion la cara prole;
gl’odi alquanto sopì ma non estinse;
or che naque Everardo, impaziente
tai bei nodi d’amor, dunque Everardo... (S’alza)
Son moglie, è ver, ma sono madre ancora.
Mi condonna, o mio re, se troppo chiesi
forse a renderti un nome a me sì caro.
esser norma al mio affetto. Ecco mi spoglio
il diadema e lo scettro e a quella destra
                                     (Alma ressisti).
nelle perdite ancor trovo gl’aquisti.
Giunta è la reggia sposa? Addio Griselda.
                                     Atteso io sono.
                                   Tropo mi chiedi.
Ti lascio (quasi dissi idolo mio). (A parte)
(Custui quant’è importun!) (A parte)
                                                     Sulle tue chiome
a serbartela Ottone è sol bastante,
fido vassalo e cavaliero amante.
mi ritoglie un suo don. Se perde il capo
l’insegne di reggina, a me costante
                                           Io se l’imponi
il nome di reggina e quel di moglie.
Iniquo, e lo potresti? E tal mi credi?
              Mel diede il cielo ed ei mel toglie.
delle perdite mie tutto il tormento.
dà tempra a questo ferro ed un sol colpo
troncherà i tuoi perigli e se ’l ricusi
forse ti pentirai. La mia pietade
mal conosci, Griselda, e verrà un giorno
anch’io mi riderò de’ tuoi tormenti.
Che favellar è il tuo? L’amor, lo sdegno
troppo confondi ed oltrepassi il segno.
adito non le lascia a’ miei sospiri.
avrà forse pietà del mio cordoglio.
questa che premi è la Tessaglia e questa
è l’alta reggia ove Gualtiero attende
leggi dal ciglio tuo per darle al mondo.
                                             Io mi torrei
più volentier viver privata e lunge
da quella reggia a me di gioie avara,
pur che di te, tu di me fossi.
                                                     Oh cara!
dell’aureo scetro e del reale ammanto
ti verrà a balenar sulle pupille,
vile l’amor che per me t’arde; e cinta
non lascierai pur di Roberto il nome.
e pur tutto il possiedi. Al cielo, ai numi
Col grado cangierai sensi e costumi.
ov’è meno di rischio e più di pace
come nell’alma mia; sì vil non sono
ch’a discender dal trono io t’essortassi;
non t’amerei, se a prezzo tal ti amassi.
Pensa che giunta al regno e altrui consorte
per tuo, per mio castigo, onore e fede.
più la grandezza tua che il piacer mio.
                                          La tua beltade,
più che degna di me, degna è d’impero.
                                       Bella Costanza!
                Qual mai ti stringo? E qual nel core
tenerezza e piacer figli d’amore?
Signor da tua bontà l’alma sorpresa
più ch’il mio labbro il suo tacer palesa.
(Soffri o misero cor). (A parte)
                                         (Mesto è il germano). (A parte)
di quello scetro e di quegl’ostri, o bella,
già destinaro al tuo natal le stelle.
o di ceppo real germe ben degno.
ornamento la reggia e gioia il regno.
Andiam; più non s’induggi idolo mio. (Parte)
Seguo il tuo piè. Prence...
                                                Reggina...
                                                                     Addio.
non mi vietar d’amarla? Io l’ho perduta,
altro ben non mi resta e non mi lice
pria che termini il dì sarai felice.
è la perdita mia che il dubitarne
sarebbe inganno. Al reggio sguardo ahi troppo
piaque la mia Costanza. Ed a chi mai
fecer me così amante e voi sì belle.
Infelice Roberto ancor non sa...
Ma Griselda s’avvanza; il reggio cenno
                                  Numi del cielo,
vanne fuor della reggia; il re l’impone.
Vuol ch’io parta Gualtier senza ch’il miri?
                       Io qui l’attendo. E tu, se nulla
ti muovono a pietà le mie querelle...
                              Reccarmi il figlio, ond’io
su quel tenero labro un baccio solo.
(Chi pietà non avria di tanto duolo!) (Parte)
Ah sposo! Ah figlio! Ah mio destin spietato.
t’uso questa pietà con mio periglio.
del mio Gualtiero e in un sol punto io sento
ralentarsi il rigor del mio tormento.
che neghi ad una madre un dolce amplesso?
giunger non mi potea nome più caro.
questo t’involerò tenero pegno. (Parte con Everardo)
Ferma, t’arresta, oh dio! Rendimi il figlio.
Corrado per pietà siegui l’indegno.
                                          Sulla mia fede
                                            Qual via
                                         A me la cura
di ciò lasciarne dei; vivi sicura.
Che più temer poss’io? Ah che non veggio
la raggion di sperar. Tutte a’ miei danni
congiurano le stelle; abbandonata,
ho perduto la pace e il mio riposo.
Ahi destino crudele! Ahi figlio! Ah sposo!
Con quell’amor che si conviene a sposa.
E quel d’amante a cui risserbi?
                                                          Aimè!
Più che Gualtiero ami Roberto.
                                                          Oh dio.
L’amai pria col tuo core e poi col mio.
tema e rispetto. Il suo diadema inchino,
stimo il suo grado e sol Roberto adoro.
Non ti affligger, Costanza, e chi ti vieta
                                              E amor tel chiede.
la vita lascierò, dolce mio bene.
il finger crudeltà per le sue pene.
anche d’un guardo il misero diletto?
Sdegna amore il mio grado e vuol rispetto.
Infelice amor mio, non v’è più speme.
                             Inchinarti.
                                                   Altro?
                                                                 Non più.
più non devo ascoltar ch’il re mio sposo.
(Fosse almeno Gualtier così vezzoso!) (A parte)
così l’antica fiamma, il forte laccio
Di che mi dolgo? Ella è reggina e sposa.
la gloria dell’amar senza speranza.
ove il rustico letto in nude paglie
stanca m’invita a riposar per poco;
Gualtier non già ma la real grandezza,
al silenzio e alla pace il duolo avvezza.
                                Che importuno!
                                                                Ancora
torna a pregarti, o cara, un che t’adora.
a chi ti porge incatenato il core.
Quella che merta alfine amor e fede.
Col ripudio real libera torni
Anch’in rustico ammanto, anche fra boschi
ti bramo in moglie; e se non porto in fronte
più re per avi e su più terre anch’io
                                         Ottone, addio.
                            Ah che ancora il dolce nome
dia la fede Griselda o mora il figlio.
Sì barbara empietà? Rendimi il figlio.
Sarò infida a Gualtiero? Ah che non deggio.
Sarò crudele al figlio? Ah che non posso.
l’alma mia, la mia fé; rendimi il figlio.
Vuo’ consolarti; olà. Mira Griselda
tu vedi, o figlio, esser conviemmi infida;
Everardo il mio bene, in me s’uccida
di Griselda la fede. Ottone hai vinto,
                                Oh cara.
                                                  Ah no; fui prima
moglie che madre; al mio Gualtier si serbi
sempre l’istessa fé dell’alma mia.
                          Va’ pur, sazia l’ingorda
aggiongi, o crudo, e ti dia pregio e vanto
d’un figlio il sangue alla sua madre accanto.
ben l’altrui crudeltà chi non l’intende.
trafiggi, impiaga; e se a ferir quel seno
fida la madre viva e il figlio mora.
(Si deluda l’indegno). E sì ostinata
con chi t’ama fedel sarai Griselda?
avrai Corrado ancor. (Ad Ottone)
                                        Come! Congiura
Corrado a’ danni miei? Quest’è la fede
Gualtier ti sprezza, Ottone ti desia;
se saggia sei la prima fiamma oblia.
                             Femina ingrata
                                          Indegni, entrambi.
che resister mi basta a tanti oltraggi.
Scelerati ministri, empi, malvaggi.
Sprezzami quanto sai, vedrai superba
quanto sia il mio poter; sentimi amico,
già destino rapirla. Io mentre all’opra
raccolgo i miei, tu col real bambino
(Si deluda l’inganno or ch’è scoperto). (Parte col figlio)
se coll’amor t’offendo; il foco ond’ardo
tu m’accendesti in sen. Spegner non posso
questa nel petto mia fiamma rubella.
Troppo amante son io, tu troppo bella.
senza colpa mirarti. Il re mio sposo
                                          E dovrò dunque
senza il dolce piacer d’un de’ tuoi sguardi?
                                           Dimmi spergiura,
                                    No, che purtroppo
(Ah che diceste mai labbri loquaci!)
                                              Ma soffri e taci.
non rimango, Roberto, anco entro a quella
Donna sul letto assisa e dorme e piagne.
volto ha gentil. Sento a mirarla un forte
movimento dell’alma. Entro alle vene
s’agita il sangue; il cor mi balza in petto.
                 M’apre le braccia e al dolce amplesso
Diletta figlia... Aimè! (Svegliata)
                                         Non temer ninfa.
(Il più bel del suo volto aprì negl’occhi).
                                               (All’aria, al volto
troppo nel cor restò l’imago impressa).
                                        E qual destino
donna real, che tal ti credo?
                                                    Io stanca
dal seguir cacciatrice il re mio sposo
Stanza è questa di duol non di riposo.
le tue sciagure a consolar Costanza.
e le sembianze avea così leggiadre
                                   Povera madre.
Ben ne sei degna. (Ingannator mio sogno;
stringer la figlia e la rivale abbraccio).
De’ tuoi bei sguardi, o cara, indegno è troppo
                                    Illustre e degno
la sua gentile abitatrice il rende.
Anche qui vieni a tormentarmi, o donna?
questo è il povero mio sogiorno antico.
Più non dirmi tuo re ma tuo nemico.
Se i preghi miei del tuo favor son degni...
che più dal fianco mio costei non parta.
Nella reggia, ne’ boschi, ovunque io vada
A te serva costei? Chi sia t’è noto?
che amai per mia sciagura. Alzata al trono
perché ne fosse eterna macchia.
                                                           (Oh dio!)
                    Ah più non dirlo. Anche al mio labbro
venne il nome aborito e pur lo taque.
                                       (E più fedel).
                                                                  Non naque.
Sì vile, oscura sia, con forza ignota
un amor non inteso a lei mi stringe.
Avvisato che Otton ver questa parte
volgier dovea con gente armata il piede,
co’ tuoi fidi v’accorsi.
                                        Ottone armato!
E mora Ottone, il rapitore indegno.
                         Così mi giova.
                                                     Ed io...
Troppo è crudel il tuo signore e mio. (A Griselda)
ti tolga altri l’onor della mia morte.
                                            Empio, vien pure
a svenar doppo il figlio anco la madre.
di’ ch’io vada alla tomba.
                                               E che far pensi?
Ciò che può far cor disperato e forte,
                                         Ora il vedremo.
Bella vi aperse altre ferite amore.
Su miei fidi, eseguite, il re l’impone.
L’impone il re? Sei troppo fido Ottone.
È da leal vassallo il far che l’opra
Scudo tu fosti all’innocenza, o cielo.
Soldati, alla mia reggia Otton si guidi
Otton, si cinge inutilmente il brando;
Eccolo a’ piedi tuoi. (Fato inumano!) (Parte colle guardie)
                                     Alla pietà le rendi
                                             Ah sì crudele
                                 Parla con più rispetto.
                            Pensa chi sei, chi sono.
da questa reggia, ove il tuo cor mi lasci
che da me può voler? Vederne i pianti?
O d’un’alma crudel barbari vanti!
offensor di natura a che m’astringi?
Va’ pur Roberto e poiché rea mi lasci,
d’altri sia questa man, tuo questo core.
se non più lieto, almen più ratto il piede.
Gran lusinga all’induggio è la tua fede.
Amor, che dal mio sen l’alma dividi...
O per sempre ne unisci o qui m’uccidi.
E per sempre v’unisca, amanti fidi.
                    (Aimè!)
                                      Con sì soave affetto
vieni amico alla reggia? È questa, è questa
un marito non ami? Un re non temi?
Oh indegni affetti! Oh vilipendi estremi!
E i sospiri? Ed i pianti? Onesta moglie
che per lo sposo. All’onor suo fa macchia
chi le gravi onte sue simula e tace.
Perché tu sì sdegnosa? E voi bell’alme
                                (E dovrò dirlo?)
                                                                Esponi.
Tu se parli o se taci ognor m’offendi.
Signore in brevi accenti il tutto intendi.
favellando d’amor facean dimora.
dell’onor tuo le accese in sen lo sdegno.
sei fra boschi, o vil donna. E che ti trassi
sugl’affari reali? Eh ti ramenta
ch’altra è la reggia sposa e tu sei serva,
oblia qual fosti e le sue leggi osserva.
Che divida il suo cuor? Ch’ami a sua voglia
o Roberto o Gualtier? Verun tormento
deve questo a te dar s’io son contento.
                                            È di reggina.
E se talor per altri arder la miri?
                           E se fia ch’a Roberto
scopra talor dell’amor suo le faci
non trasgredir le leggi; e servi e taci.
Numi, qual legge è questa? A qual tormento
Chi vide mai dolor simile al mio?
              Pavento.
                                Eh non estingua adesso
freda tema importuna i vostri ardori;
perdono al genio ed all’età perdono.
Perdono io non vorrei, se offeso avessi
rea saresti, o Costanza, e tu più reo
Prosseguite ad amarvi e siate fidi. (Parte)
                                   (Lo credo!)
                                                          Ormai scacciate
                                      Addio Costanza.
Ritornami nel sen dolce speranza.
Posso Roberto amar? E me l’impone
Gualtiero istesso? I miei timori adunque
furo vani finora. I miei sospiri
furono ingiusti; ah da me lungi andate
del passato mio duol memorie odiate.
dall’amor di costui preser fomento
                                      Al reggio piede...
Sorgi; libero parla; ami Griselda?
                                       È un tuo rifiuto.
sparso a pro del mio regno io dono il fallo.
fu reggina e tua moglie è scorno tuo
ch’io mi sposi a Costanza avrai Griselda.
Oh dono, oh gioia! Al reggio piè prostrato
che la grazia s’adempia e poi la rendi.
destinato alle nozze; ivi vedrai
la nuova sposa ch’al mio trono alzai.
sin che giunga per te giorno felice.
i rimproveri tuoi, le tue querele
m’appellano a raggion sposo crudele.
l’apparato e la pompa in dì sì lieto,
esultino i vassalli e più giuliva
del suo signor senta la reggia i voti;
è legge del mio re ch’io stessa affretti
delle tragedie mie la scena accerba.
                                                 Impaziente
La tua viltà le chiare fiamme estinse.
Per l’illustre tua sposa ardano eterne.
                          (O virtude!)
                                                   (Il cor si spezza).
prova di sua fermezza. Otton.
                                                       Mio sire.
di premio il tuo coraggio e n’ho pietade;
pastorella ne’ boschi o ancella in corte.
                  Del fido Otton sarai consorte.
                                         Elà.
                                                   T’accosta. (Ad una guardia che conduce Everardo)
                                     O figlio, o dolce
devi sì cara vita; egli dovea
perché troppo t’amò; giusta mercede
or della sua pietà sia la tua fede.
                                             Mio re, mio nume,
mio sposo un tempo e mio diletto ancora.
legge mi feci, il sai; dillo tu stesso.
Popoli il dite voi, voi che ’l vedeste.
Ma ch’io d’Otton sia sposa? È questo, è questo
libero dal tuo impero io m’ho serbato;
tua vissi e tua morrò, sposo adorato.
(Lacrime non uscite). Omai rissolvi.
Morte, morte, o signor. Servi, custodi
chi avrà di voi del primo colpo? Ah sposo
con l’onor di tua fede e ch’ivi additi
opra già de’ tuoi lumi or del tuo braccio.
Non più, cor mio, non più, sposa t’abbraccio.
                               Popoli, che rei siete,
del cielo e del re vostro omai vedete
qual reggina ho a voi scelta, a me qual moglie.
Il tuo dolor mi basta e tel concedo.
di Costanza la sorte. Ella era degna
            Sposa del padre è mai la figlia?
                                         Oh figlia!
                                                             Oh madre!
Ben mel predisse il core e non l’intesi.
tutto non m’involar Roberto amato.
Il tuo dono, o gran re, mi fa beato.
E sia Everardo il tuo ma tardo erede.

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