Metrica: interrogazione
199 endecasillabi (recitativo) in L'ippocondriaco Venezia, s.n., 1735 
ti venga tutto il mal ch’hai nel pensiero.
ch’io presi per marito un uom sì strano.
e crede aver cento malanni addosso.
Ma l’ippocondria sua torna in mio danno;
non vuol conversazion; tutta la notte
gli devo fare il contrapunto al pianto.
liberarmene presto e so ben io...
Ehi Melinda, Melinda. (Di dentro)
                                            Un sol momento
Melinda dico. Oimè! Non mi sentite?
che quasi in petto mi crepò una vena.
(Oh lo volesse il ciel!) Dolce marito
                                   Quelle finestre
mi faranno crepar. Vel dissi ancora.
dell’oglio, degl’empiastri e degl’unguenti
e del pessimo odor degl’escrementi.
Volermi far morir per pulizzia!
Appena appena intesi un po’ di vento,
mi si gonfiò la testa. Il cor mi trema
che mi venga nel capo un apostema.
                                         Oh dio nol so.
ch’oggi si è reso arcano universale
sento crescermi il male. Io non lo veggo
passar per le calzette, oh me infelice!
Certo la pelle mia non avrà pori.
Che m’apran doppo morte io mi contento.
So che mi troveran l’ossa d’argento.
quest’esperienza farò far io stessa.
                                 Vedrete in breve
mi fu proposto un chimico eccellente
che guarisce ogni male e non vuol niente.
                                   È un uom dabbene.
due per far il fornello e tre per l’oro;
e il galantuom del suo vi mette i grassi,
il carbon, la fatica, il tempo, i passi.
                                       Mi sento fiaco;
                                 Voi non sapete
della mia infermitade i strani effetti;
questa mattina è tanto il mio tormento
che mi mangio un capone in un momento.
Lo vado a preparar. (Sì voglio darti
                                            Abbiate a cuore
                                            Non temete,
del sincero amor mio certo voi siete.
Nelle miserie mie qualche conforto
recami avere una consorte amante.
mi fa pietà; colle sue mani istesse
e ogni giorno pulisce i miei cauteri.
Oh quando finiran questi miei mali!
è che il medico mio di me si ride,
dice ch’io non ho febre e pur mi sento
Dice che ho buona ciera ed io mi vedo
che vengo seco, smunto, gialo e vecchio.
Mi batte il cor, mi palpita il polmone,
il diafragma, il pancreate e gl’intestini
più rimedio non v’è, già son andato.
sentovi esaggierar per questa camera?
V’obbedisco, signor; via comandatemi.
della mia infermità siete certissimo.
                                         Dentro lo stomaco
che strugeria in un dì più di sei pecore.
Lasciate ch’io lo senta; egl’è durissimo.
Alla vostra virtude io raccomandomi.
(Sei ben raccomandato). Assicuratevi
                                              Adesso subito.
che ad ogni lieve mal fan trenta recipe.
La mia borsa lo sa quel che costumano.
danno ai grassi ed ai magri, ai vecchi e ai gioveni.
Ma qual sistema è il vostro?
                                                    Io degl’empirici
Fondato il mio sapere ho nella pratica,
perché rerum magistra est experientia.
ne so quanto mi basta, benché dicesi
                            Mi piace il vostro spirito,
                                   (Sei nella trapola).
che in italian vuol dire oro bevibile.
Quello che cercan tutti e mai nol trovano?
Appunto quello; io lo trovai prestissimo.
E ve lo insegnerò con modo facile.
ente primario, o ver prima materia,
unitela coll’acqua de’ filosofi,
licor che rende l’uom robusto e vegeto.
E può formar la traduzion metalica.
Non intendo il principio; egl’è oscurissimo.
Così parliamo noi. Basta, prendetevi
per or la sanità. Tutto bevetelo,
se volete guarire. (È pien d’arsenico).
                                   Su via finiamola.
                                             Signor, io dubito...
                               Di qualche anteparistasi.
(Questo riso m’annoia). Orsù sentitemi,
il licor beverò ma compiacetevi
                                      (Non bevo tosico).
bever non dee la medicina il medico.
                                    Quest’è impossibile.
Melinda, moglie mia, correte presto,
Melinda, mi lasciate in abbandono?
Se cercate Melinda, io quella sono.
dalla vostra pazzia, vi preparai
medicina opportuna ai vostri guai.
                                  Non siete buono
né per voi né per me. Credei ben fatto
il mondo liberar da un lazaretto.
Oh donne infide! Oh simulato affetto!
infelice Melinda a malpartito.
benché pien di diffetti a mio marito.
il vito a mendicar. Casa civile,
abiti da par mio non mi mancavano,
la mia fatica alfin non era molta;
infelice Melinda! Oh fui pur stolta!
forzata sono a guadagnarmi il pane
d’onorato sensal da matrimoni.
son le maledizion dei maritati,
tutte le imprecazion vanno al sensale.
il mio pover Ranocchio. Oh se potessi
vorrei fingerlo almen; non è difficile
il finger a noi donne. Eccolo, intanto
mi ritiro, chi sa! Due lacrimette
formano al cuor dell’uomo un grand’incanto.
che ucciso fu per suo destin maledico
non so ben se dal male o ver dal medico».
che imprimer destinai sul mio sepolcro;
serva ad altri d’esempio il caso mio;
intendami chi può che m’intend’io.
Dovrò morir senza consorte a lato!
non m’avesse tradito, avria con lei
finiti i giorni miei. Ma la crudele,
che morto mi volea, no più non voglio;
fatt’è il divorzio e d’ogn’amor mi spoglio.
voi spacciate una buona mercanzia!
                                   Non so che dirvi;
ma temo di far male i fatti miei.
(Vuo’ scoprir la sua mente). Io per le mani
di gioveni, di saggie e di prudenti.
Di prudenti? Ah ah siete pur tondo.
                               Ve ne son poche al mondo.
una ne maritai così prudente
che per non dar incomodo al marito
si fa servir da un cavalier compito.
Che prudenza gentil! Ma voi al certo
                                    Oh v’ingannate;
                                        E pur si fanno
                                     È vero, è vero
ma non sono i sensali oggi in concetto.
s’usurpa il nostro lucro, il modo facile
delle conversazion, dei balli e giochi
fa i matrimoni senza sensaria.
Oh cosa mi narrate! Io che non pratico
a una tal novità rimango estatico.
                                           Il fui purtroppo.
volea per carità darmi la morte.
                                        Signorsì
ma sono stanco ormai di star così.
                                  Oh se trovassi
                                              (Fortuna aiuto).
                                     Oibò pensate,
a ricever in casa un precipizio.
               No, che saria troppo orgogliosa.
                                        Certa Melinda...
                    Sì signor.
                                        Io la conosco.
Per verità l’amai quanto me stesso,
nella sua compagnia; già destinavo
lasciarla erede universal del mio.
(Erede universale! Ahi che ho fatt’io?)
le sue maniere, il suo parlare...
                                                         E poi
                                      Forte ragione
                                 No, v’ingannate.
                                    Oibò.
                                                 Dunque ascoltate;
alla riva del fiume, ove più chette
vezzegiando coi luzzi e coll’anguille
l’infelice Melinda a dir così:
«Dolce Ranocchio mio qual pan di zuchero,
cor mio, fegato mio, mie care viscere,
morirò senza te? Già il cor mi palpita,
sento che dal dolor mi viene il vomito,
che ti rese ver me qual can tricerbero».
Ahi mi viene il mio mal; non più, tacete.
                                             (Vien nella rete).
Indi così dicea: «Se Giove o Venere
nella grazia del mio Ranocchio amabile,
e fedel gli sarei più di Proserpina».
Morirò, creperò, se seguitate.
Or quest’ultime sue voci ascoltate.
Dove si può trovar quest’infelice?
Amico per pietà, se lo sapete
                                Poscia trovata
                                 Vuo’ ripigliarla.
                                   Udite che scongiuro.
Se non sono a Melinda un buon marito
prego il cielo di perder l’appetito.
                                Sarò contento
Ecco dunque Melinda al vostro piede.
del mio comesso error, vi chieggo in dono
dalla vostra pietà grato perdono.
Voi dunque in riva al fiume...
                                                       Io piansi tanto
che la luce perdei quasi degl’occhi;
mi volevo annegar, poscia pensai
ch’era bruta la morte e tralasciai.
                                      Sarò obbediente.
Qualche trama novella io già prevedo.
                                No non ti credo.

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