Metrica: interrogazione
862 endecasillabi (recitativo) in Il pazzo glorioso Venezia, Fenzo, 1753 
O stelle, o nubi, o dei! Perché non darmi
un mastino valor? Che non starei
il tempo a consumar all’aure fresche.
                                           (Che umor stravolto!)
                                    E ben signore,
con sua licenza, sempre per Orlando
Mi lagno col mio fatto incancherito,
mentre contemplo Orlando, l’hai sentito.
                               Zitto. Qui combatte
                           E bene?
                                             Ed io col cancaro.
                               Qui strascina un asino.
Qui stritola Gradasso. Ah sorte ria!
Potessi io tal mostrar la forza mia!
                                          Ma quai grida?
Marfisa e Bradamante, acciò diventi
                                 E poi?
                                                Per sposo
                                   Con sua licenza,
a che d’un palladino andar in traccia?
                                            Un palladino,
                                           Con sua licenza...
Ehi camerier, lo sai che m’importuni?
Con sua licenza. Marcia in anticamera.
                      Sei forse mio tutore?
(Che mi sforzi a soffrir, tiranno amore).
Tu hai da riuscire una palladinessa
                            Qual rumor padrone?
Vedete un galantuomo contro due
come ben si diffende; entriam signora.
Ma non sono eroina, o padre, ancora.
Mandami la mia spada; oh qua bisogna
ch’imiti Orlando. Cancaro eh, che botte!
Animo cavalier, ch’ora mi butto
dammi il ferro, all’impresa, su all’impresa.
                                     Ah vil codardo.
Teco la voglio; prendi questo colpo,
to’ quest’altro e quest’altro empio marrano,
non sai che tieni a fronte il grande Orlando?
Oimè son sdrucciolato, aiuto, aiuto,
che se no il grande Orlando è già perduto.
                           Dagli a quel furfante.
Fuggisti è ver? Ma me la pagherai.
                          S’alzi? S’alzi una fava,
ho l’ossa eroicamente ben pistate.
Sì ma da prode ancor mi son toccate.
                                    Dimmi una cosa.
abbia avute le sleppe qualche volta?
Oh molte; e con Gradasso e sopra il ponte
allor che combaté con Rodomonte.
anche a me refilato abbia il giubbone.
Ma come v’è accaduto un tale influsso?
Dirò, son palladino e fo chiamarmi
                                     O gioia mia!
                                          Ne gioisco.
Vo cercando avventure e qua arrivato
con quei due masnadier la pugna presi;
anch’io l’onor d’aver la parte mia
che ancora mi fa male. Or cavaliero
                                             Ed io l’accetto.
                                             Ah no; marcire
non vo’ nell’ozio imbelle; io son guerriero;
aspira grandi imprese il mio gran cuore
fra disaggi acquistar gloria ed onore.
                                           Cammina e zitto.
Maledetta mia sorte che m’ha indotto
per tue birbanterie a gir vagando
                               E v’è più bella vita
                             Che vita saporita!
                                   Un ch’a mangiare e bere
ha consumato il tutto all’osteria.
E ben così si stava in allegria.
Uno che s’ha venduto il letto ancora.
Così tu ti levavi più a bonora.
Un uom geloso senza discrezione.
Segno che me n’hai data l’occasione.
                   Non più chiacchere, cantiamo.
bella figura che la gente incanta, (Al gobbo)
allegri qui suoniamo. Animo, canta. (A Lisetta)
Per far correr la gente anche lontana,
canta una canzonzina veneziana.
Vaga, gentil donzella... Ma che miro,
                            Oh signor Flaminio!
                                             E perché?
                                                                  Udite.
Vivo felice amante, e corrisposto,
d’una donzella e perché il genitore
di buggiardi romanzi alla lettura
ha perduto il cervello, a me niegolla,
dicendo che non altri, ahi rio destino!
sua figlia impalmeria che un palladino.
                                               Ora m’ascolta,
finto ho poc’anzi che da due scherani
e intrepido vincessi e li fugassi.
Al padre ho dato a creder esser io
un palladino errante ed il mio nome
il cavalier del Fuoco ed egli stolto
m’ha con preghiere entro sua casa accolto.
Ma questo prima non vi conosceva?
                   Oh bella invero!
                                                   E viva e viva.
                                       Chi? Mia moglie?
Vo’ che si finga Angelica e introdotta
                              Non saprà Lisetta...
Chi lo dice? So fare in occasione
Vuoi che faccia sentirti un po’ Didone:
                                             Un’ignorante
vo’ fare da regina? Oh questa è bella!
«Lascia pria ch’io risponda e poi favella».
servivo in casa d’una cantarina,
che nell’opere grandi prima parte
faceva, ed io n’appresi il modo e l’arte.
No, non mi contradire; io qua vicino
la farò di quest’abiti mutare.
                                         Fammi il favore.
                                      Per amor mio
                                       Uh! Maledetto!
                           Non temer, resta a mia cura
dell’onor tuo la sicurtade. Andiamo. (A Lisetta)
                                    Non si palesi.
tutta mia speme e solo in te confido.
Di me non diffidate. In tal affare
nuova non sono e più che non pensate
usar l’arte saprò; non dubitate.
Valle appresso, gobbaccio, e stalle intorno
Guarda con chi favella e dove vanno.
Andate pur voialtri a ripossarvi.
d’introdurmi ancor io con questo matto,
così farò un viaggio e due servizi.
per far ch’il merlo incappi; a noi, cantiamo.
Oh mio padrone, tengo l’Ariosto.
le cortesie, l’audaci imprese io canto».
Oh fato! Oh gioia mia! Or ti conosco,
non sei tu l’eccellente Pasquariello?
E tu non t’arrecordi don Ferrante
che ti veniva ad ascoltar sul mollo?
Più monete da me ti sei pigliate
                                         Sì, gl’è vero.
                                       Or già ch’il fato
mi t’ha condotto qui, più non mi scappi.
No, non posso signor, ben obligato.
                                    Perché impedirlo?
                                         Rompimi sempre
sier cameriero. Io ti faccio padrone (A Pasquariello)
                                           Via non più prieghi.
A tanto intercessor nulla si nieghi.
E viva sempre. Oh amicon di cuore,
non voglio altro da te che qualche volta
                                  E sempre a tai sciocchezze?
Ehi camerier un giorno ti bastono.
                                 O vanne o pur sta’ zitto.
                             Vuol far sempre il maestro.
Giusto così. Ma questa signorina
è più capace e mi garbezza, amico.
                                           Ha una bell’aria
da palladina. Accostati un pocchino
                         Adaggio; non mi piace
                                     Non ti piace?
E vuoi essere Orlando. Ah padron mio,
a rivederci; non va bene. Addio.
                                           Oh questa è bella,
per una prova picciola ch’ho fatto
della bontà de’ cavalieri erranti,
Ma nell’Ariosto trovasi tal prova?
E come? Non lo sai? Che? È cosa nuova?
«Oh gran bontà de’ cavalieri antiqui».
Hai raggione, fa’ pur quel che ti pare
che non ti parlo più, voglio imitare
l’errantesca bontà per colli obliqui.
«Oh gran bontà de’ cavalieri antiqui». (Entra)
Ditemi in verità! Voi conoscete
                                                   E voi giungete
per farlo più ammattir. Con sua licenza.
Camerier tu non sai di queste cose;
s’egli arrivasse alla perfezione
                         Sarebbe un gran scioccone.
Oh via! Con queste cose non si burla.
Orsù vien qua. Vo’ farti diventare
                                               (Voglio un poco
(Questa pure mi pare molto fina).
                                               A prima vista
                                              E s’io dicessi
che nel vederti appenna il cuor nel petto
                                               E sai perché?
                                     Bella innocente!
Prima dimmi il tuo cor che cosa sente.
                                           Parlaremo,
non posso per adesso darvi udienza,
perché adesso ho da far; con sua licenza.
Quant’è scaltro costui ma Berenice
                               E sempre vuoi Camillo
                                    Tormento chiami,
con sua licenza, oh cara, un picciol foco
dell’ardente mio amor? Oh dei se brami
che più non ti tormenti, di’ che m’ami.
                                        Tu sai...
                                                         So che t’accendi
per me d’un dolce amor; so che mutasti
condizion per me; so che occultando
il tuo natal nella mia casa stai
                                        Tutto non sai.
                                          Che da te sola
la mia vita dipende e incontro a morte
per te sola n’andrò, bella, se nieghi
alla mia servitude ed al mio amore
quella grata mercé che brama il cuore.
                                           Ed il mio amore?
Fa’ che speme il fomenti. Ah la speranza,
per me caggione è sol d’affanno e duolo.
M’affligge ognor così; pur mi bisogna
e finger e soffrir, destin spietato.
Diletta Berenice alfin la sorte
                                         Il tutto seppi,
Signor Flaminio una parola. Dove
è andata la mia moglie? Io non la vedo,
io di tutto l’amico ho già avvisato
ed egli s’è qual sposo ingalluzzato.
                                         Bene bene;
                                    Presto vanne.
                                          Il tutto, o cara,
da me saprai; ecco che già ne viene.
Son pronta già, chi è questa signorina?
                                              Signora
mi dichiaro sua serva e non abbiate
spero, o cara, il ristoro al nostro affanno. (Flaminio e Berenice parlano in disparte)
(Opra da Orlando. Eccola qui; ma avverti,
non starti a innamorar; pensa alla gloria).
(Lasciami far, riporterò vittoria).
Vaga Angelica, avanti al tuo cospetto
tu vedi il conte Orlando, il qual ferito
da tua calda bellezza e mattutina
ammorzato il furor s’umilia e inchina.
Orlando, Orlando, il tuo valor profondo,
dal Cancro al Capricorno e più lontano,
m’ha fatto abbandonar miei regni alteri
e per vederti e vagheggiarti, o caro,
dal Catai son venuta in questa guisa,
(Ah Pasquariello vuoi che te lo dica?
Quest’Angelica affé ch’è molto bella;
mi principia a bruggiar la coratella).
Eh via, vergogna! Non vorrei... Pensate
che con il cavalier passeggi un poco?
Sì, andate passeggiando; cavaliero,
fatemi gloriosa ancor mia figlia.
                                         Né avrò già a vile
l’orme seguir d’un cavalier gentile. (Partono)
Ma che fredezza è questa? Ah caro Orlando
così Angelica accogli? Io mi credevo
che in rimirar cotesta faccia bella
non cadde no, precipitò di sella.
(Guarda quella briccona, come attizza!)
io mi son fatto un verme della terra
avanti queste tue bellezze rare.
(Amico è bella assai! Che te ne pare?)
                                                Resistiamo,
                                  Ma mio campione,
perché da me ti scosti? Vieni vieni
a me vicin, ch’io non tengo la rogna.
(Sia maledetto! Eppur soffrir bisogna).
                                        (E non sei morto).
Cara la mia polpetta, ella mi frigge
con l’oglio della sua grazia vezzosa.
(Vedi come sa far coi cicisbei,
ah brutta scimia; or or la scanarei).
(Amico, teco ho un obligo infinito,
che m’hai condotta Angelica).
                                                       Hai raggione.
(Merito peggio assai pazzo minchione). (Da sé)
una prodezza delle mie mostrarti,
procurati una spada Pasquariello
                                              Non sono in voglia.
                      State un po’ sul serio.
                                 (Che tu caschi morto).
                                     Non finite?
Me n’anderò per non attaccar lite. (Si ritira)
Tu fuggi! Ho vinto, ho vinto o mio tesoro.
Al nemico che fugge il ponte d’oro.
                                Ah che non basta,
voglio fare un sconquasso. Or diamo il caso
che venisse un esercito a man dritta.
Rittirati mia diva a quella parte
e stammi ad osservar. Canaglia all’armi,
ecco una testa in terra. Tu infilzato
resta come un salame. Indietro, indietro.
Già se la batton tutti; oh buona, oh buona.
Amico hai vinto e ti perdon, perdona.
                            Non più, tai prodezze
le serba in campo a guereggiar con altri.
Or che sto appresso tua gentil persona
tralascio il campo. (Amico o come è buona).
                                             Fermati.
                                                                Taci
non sai far altro ch’essere geloso. (Parte)
                                   Perché tal fretta?
                                              E non sta ella
                                                 E la cagione?
                                  Mi capiss’io.
Signor Flaminio al certo in questa casa
non vo’ che mia moglie ci dimori.
                                               Eh dalla testa
                                        Anzi s’accresce
che mi faccia portar qualche morione.
                                        Ah, temo, o caro,
alla nostra invenzion la sua follia.
                                            Ah, sono amante
e come tale a gran raggion pavento.
Oh quanto da’ suoi cari e grati accenti
prende forza il mio amor! Congiuri il fato,
s’armi destin, sempre per te mio bene
mi vedrai sospirar. Da te sol chiedo
fedeltade al mio amore, o mia speranza.
Oh dio! Non dubbitar di mia costanza.
Berenice m’osserva, io son beato.
quando fido ho il mio ben, propizio è amore.
Prendiamo un po’ d’aria, che sempre dentro
                                              Mi dispiace
mi portasti una dea. Ti son tenuto,
                                    (Una gran bestia).
Sarai... Basta... Li voglio un gran bene.
                                     Finezze eterne
                     È ver? (Che siano uccise
queste mogli infedeli e chi le vuole).
                                Ma tu non sai
                                            E perché mai?
Perché Orlando neppur seco parlava.
Oh questo no! Pria di lasciare Angelica
(Ah che non posso più, divento nero).
                                            No no restate,
che vuo’ farvi sentir un po’ d’Ariosto.
                                                  Va trovando
quando Orlando principia ad impazzire.
«"Sligate i cavalier" gridò "canaglia"
il conte a’ masnadieri "o ch’io v’uccido"».
                                        (Maledetta!)
Vieni, vieni mia diva. Ehi da sedere.
                                  Si canta Orlando.
Si legga a me vicin. Va’ seguitando.
«"Chi è costui che sì gran colpi taglia"
rispose un che parer volle il più fido...»
                                        Quando principiava
                                      Via, non è niente,
seguitate a cantar. L’orrecchie attente.
«"Se di cera noi fossimo o di paglia
e di foch’egli, assai farà quel grido".
E venne contro il palladin di Francia,
Orlando contro lui chinò la lancia».
                          Che bella gloria invero.
Non ci vuol altro, io voglio andar errando.
                              Che pensiero è questo?
Vo’ con la morte guerreggiar, scanarmi.
                         Seguitiamo o il canto io muto!
Vo’ tutto abbandonar; son risoluto.
che farà senza te? Stelle spietate!
(Ora li getto il libro nella testa).
                                    Con sua licenza,
                            Nol niego.
                                                 (Ahi gelosia!)
fu a parte ancora ed ella giuramento
                                           (Ahi che tormento!
                                             A che mai pensi?
siamo entrambi ingannati, a te non devo
nulla cellar. Quel nodo d’amicizia
vuol che tutto palesi; Berenice,
quell’istessa ch’a te si mostra fida,
costanza a me giurò. Per essa fingi
tu il cavalier, per essa cello anch’io,
finto suo camerier, lo stato mio.
                                    Con tua licenza, amico,
sì che prudente sei, l’ingrata abori,
(Solo a penar più non sarai cuor mio).
Misero, che ascoltai. Tal dopio core
dunque alberga entro il sen di Berenice?
Quanto purtroppo, o dei, sono infelice. (Parte)
Orsù veniamo a noi; dunque mi dici
ch’ha procurato in casa tua venire
per rubbar, se potesse, e poi fuggire.
(Vediamo se così posso far niente).
                                      E che sapeva?
ora che col marito l’ho trovata
                                È maritata?
                             Un galantomenone.
Galantuom non sarà; sarà un bricone.
(Mel dice in faccia e non dice buggia).
Voglio scacciarla... Ma ripugna il core...
O ch’il sangue mi bolle nelle vene.
Mio diletto campione, oh quanto godo
di Berenice e ’l cavalier... Ma o dei!
Non mi guarda il mio bene? O caro Orlando.
                                                 Via scacciatela.
                            Olà, che confidenza?
Lungi lungi da noi vil feminella.
ma lo farò pentir). Diletto Orlando
che vuol dir tal disprezzo? Ah caro, caro,
vuoi divertirti, è ver? Guardami un poco.
                                       Eh, s’io rimiro
quel sembiante piccante e delicato,
camerata, il mio core è bell’andato.
                                                     (State saldo).
contaminar noialtri ardenti eroi?
Su presto marcia, vattene da noi.
                                          (O me meschino,
                                      (Pensa ad Orlando).
                                             Lascia che bacci
                                      (Eh non ti perdere,
                              Che dici? I palladini
non danno calci. Che? Son forse mulli?
                                       Posso sicura
                                      Non più parole.
Sfrata donna infingarda; io più non voglio
                                   Qual nuovo orgoglio?
Perfidi, vi conosco, indegni, ingrati,
contro di me vi siete congiurati.
Che ti pare? Va bene? Amico ingrato,
che m’hai tu fatto far! Corpo di Bacco
bisogneria ch’avessi un cor di marmo
per non m’intenerir. Lasciami andar
                                     No non partire.
Vo’ darti una lezion, per impazzire
mi gratti ove pizica. Son lesto.
già mi sento salir dalle midolle
Che vol dir questo? Gl’abiti butate?
Marcia via camerier, non annoiarmi.
                                              Andate via.
                                        Qual parlar voi fate?
                        Sta’ zitto. Vuoi provare
il mio furor? Ehi dimmi camerata,
Non gli badate, fatte il fatto vostro,
qualch’albero spiantar dovreste adesso.
or vi svello infedeli attorno attorno;
che vo’ spiantar? Son dure come un corno.
                                              Non disturbarmi,
                                         Ma mi dica...
                           O cieli... O stelle... O furie...
                                            Tu va’ al diavolo.
                                 O orchi... O porchi... O buffali...
                                         Sì signore.
                                 Deh dittemi...
                                                             Un malanno,
                                  Tu te ne vuo’ andare
                                   E lui vole impazzire.
E ben ti piace signor cameriero?
Che licenza? Il malan ch’el ciel ti dia;
o cessa d’annoiarmi o vado via. (Parte)
                                        Sempre sì mesto
                                   Oppresso il core
                                            Ah ben intendo.
                                        Eh, queste nozze,
con tua licenza, il mio scontento fanno.
Ben ti capisco; ma tu ancor da saggio
                                        Ah nol poss’io.
estinguer lungo ardore. Ah se volgesti
a più fida beltà tutt’il tuo affetto,
                                    E qual sarebbe
O t’infingi o mi burli; io sono quella.
                                            Eh non è tempo
più di scherzar; siam camerieri entrambi.
ridere del tuo amor pur mi conviene. (Parte)
già sia degno di risa; perché scopro
ti burli del mio amor? Sei troppo ingrato.
il sospirato fin del nostro amore.
Dove siete figlioli? Qua le sedie.
fu un’impostura quel che mi narrasti;
Or qui bisogna stare allegramente.
Or via sediamo tutti. Il cavaliero
presso alla sposa, collà Pasquariello
e qui Angelica presso al caro Orlando.
(Al diavol quanti siete or or vi mando).
Ed io starò vicina al cameriero.
(Soffri mio cuor; sì vuole il destin fiero).
                                 Mentre s’aspetta
                                         Io sol direi
che la mia cara Berenice un po’
                                                 Certo.
                                                 Perdoni;
cantar non posso, son da molto tempo
fuor d’esercizio e men suonar mi piace.
                              A te nulla dev’io
negar, già che sì vuoi bell’idol mio.
Con sua licenza, ah cessi il suono e ’l canto,
tante smanie soffrir più il cor non puote,
m’ascolti ognun. Costui che fa chiamarsi
il cavalier del Foco è un impostore.
Si finge tal per ingannarmi e avere
                                      O bravo, bravo.
Qual impensato colpo? Ahi me meschina!
Ita è tutta la macchina in rovina.
Ehi signor cavaliero è vero questo?
Non so niegarlo; a ciò m’induce amore
per secondar vostro stravolto umore.
Ma Camillo è un indegno; e ad ottenere
Berenice in possesso, in vostra casa
                                             (O quanti imbrogli!)
(Io mi vedo confusa; o che sciagura!)
Però non sarà mai che del mio affronto
ti vanti anima ville. Impugna il ferro.
Son pronto a sodisfarti. (Cava la spada)
                                            Ahi chi m’aita.
Qui bisogno non c’è di tai braure,
che se piglio una spada a tutti due
vi metto le ventose. Marcia dentro
che mi resta a sperar fra tante pene!)
(Perder Camillo, o dei, pur mi conviene). (Parte)
Ehi, signor cameriere, in questa casa
                                      Men vado via.
Ma invendicato non potrò restare
e l’astio ch’ho nel sen saprò sfogare. (Parte)
Ella ancor se ne vada. Queste macchine
non si fanno a un mio pari; andiam mia bella.
                                                Sorte rubella,
a mia moglie si fa sì dolce invito?
Io mi voglio scoprir per suo marito. (Entra)
me sorprende, ahi me lasso! In un momento
ah, mi si spezza il core; un infelice
a che in vita serbate, ingiusti dei?
Signor Flaminio, oh dei, vien mio marito;
                                        A tempo a tempo
                               Oimè. Son guai.
                                       E ben signora?
Ho da inghiotirne più, non mi risponde?
A noi? Qual arroganza? Tu chi sei?
Che pretendi da me? Sai ben ch’io son
Il malan tu sarai ch’il ciel ti dia.
Non mi servono a me queste fandonie
                                             Ah malscalzone!
Queste parole a me? Tu sarai matto.
Lisetta bada ben che mi vien caldo.
Caldo o freddo ti venga, io non ci penso;
tu m’hai condotta qui, qui ci sto bene,
altro buono non sei che da gridare,
sei geloso e non hai pan da mangiare.
non bastoni la moglie impertinente.
                                            Aiuto gente.
Chi strilla? Ch’è successo? Coss’avete?
Corri mio cavalier; quest’insolente
ha avuto tant’ardir di maltrattarmi.
Angelica, il mio bene fra cotante.
La voglio bastonar quell’arrogante.
per imitare Orlando il cavaliero;
ma divenne collui pazzo da vero.
                Perché?
                                 Perché sostiene ardito
ch’io sua moglie son, lui mio marito.
                             E ben che non è vero?
D’Angelica marito Pasquariello?
Vi dico che il meschin perso ha il cervello.
e adesso me la voglio condur via.
                                   Sì ti diffendo.
Questa amazone è mia, tu speri invano
a qual tristo destin son arrivato. (Parte)
                                         Sì mio tesoro.
                                        In seno a morte,
pria che lasciarti, io correrò mio bene.
Male non può accader, deh resta lieta,
e renda amor nostro desir felice.
par che vaccili in mia tempesta il core.
sempre nel palpitar, le mie ritorte
o frangi amore o dami un cor più forte.
Ma che dico? Ahi me lassa! E come in pace
senza lui viver posso? Ah troppo, è vero,
quando lungi è il mio ben, crescer mi sento.
Al comparir del palladin di Francia
dan segno i Mori alle future angoscie;
oh Pasquariello, chi l’avesse detto
ti facesse produr! Signor Flaminio,
lesto, se v’è rumor tosto accorrete.
Paris e Viena; a noi animo e core.
Ah ah, quel Pasquariello impertinente
come restò confuso! Ov’è! Chi è questo?
Che brutta figuraccia! Olà chi sei
che un pulcino rassembri agli occhi miei?
                                             Che arroganza!
                                           Al conte Orlando
così di parlar osi? Caglia o ch’io...
                                     Mostra su coraggio.
per inghiotirti ad un boccon. Conosci
tu il gigante Mergante? Io quello sono.
Quel che con un riverso alto e profondo
taglia noci di collo a tondo a tondo,
spacca nel mezzo un monte di diamanti.
il mio sposo mi pare). Eh non pensare
che sia vile il mio eroe; egli è bastante
un mondo d’atterrar, non che un gigante.
                                 Accostati vil fante,
che se ti do una scopola ti mando
Non mi spaventeria né men Gradasso;
non vorrei che ’l mio ben s’intimorisce.
                            No non sarà mai;
per sostenerla... (Oimè mi trema il core).
lascierò fin ch’io viva Orlando mio.
(Questa ancora di più? Fosti amazzata).
                          L’intesi e ben con l’armi
                               Certo. Tu m’inviti
a un convito solenne. Eh Franceschino
                                          Io vo’ aggiutarti.
Cara così m’accendi in sen più foco.
(E sempre più si va avvanzando il gioco).
Ma ancor non ci mettesti il se si può;
Resterai priggioniero e con rossore
dei veder e approvar ciò che faremo.
Io son contento. Alon presto a pugnare,
Flaminio non vi state allontanare.
Va’ intrepido mio ben, t’assista il fato.
                                        E perché vuoi
con armi guerreggiar fuor di misura?
                                     Scudiero aiuta.
                                Voglio darti gusto,
piglia la lancia e porgimi qua l’asta.
                                          All’armi all’armi.
                                          A te quest’altro.
                                 Te la rompo adosso.
                       Sei vinto.
                                           Oh brutta botta.
Cadesti? Il mio valor già trionfò.
Ahi sorte ingrata e ria! Si sdruciollò.
                              Ferma; or devi meco
                                        Non mi cimento
                                       Ora la scarma.
                          T’arrendi priggioniero?
                                         Obbedir devi
                                        Vedi e schiatta.
(Non creppo più quando non creppo adesso).
                                          Che giudice?
Dissi il governator, nel ritirarsi
che fa nel suo casino ogni giornata
                               È fatta la frittata.
se non solo a dottori; (io vo’ vedere
                                           Ho già capito.
per via della giustizia. Io voglio fingere
per levarsi d’attorno la consorte
pagherian qualche cosa; ed io bagiano,
sol per ricuperarla m’affatico. (Parte)
Intender non la so; questi asserisce
ch’ella è sua moglie e quella niega; certo
                                           Eh cameriera
                                         Uh vi son guai.
contro di voi e vuole in ogni conto
Or qua vi vol rimedio; s’ei ricorre
Tu rimedia all’error, se fatto l’hai.
far ch’il governator qui non venisse.
mandarvi un servo a dirli che il padrone
è fuori del casino e ch’ei potrebbe
                          Cotesto si può fare,
                                   Per divertirci,
                                             Ma quello
all’uso parla de’ Napolitani.
So parlarvi ancor io; mi fido ancora
d’inviluppar l’amico; quando viene
                                   Oh molto bene!
Or non si perda tempo; io vado dentro.
Ed io pure vo’ far la parte mia,
                                 Dentro v’aspetto. (Entra)
                                                    Io sarò muta.
Or vado e mando Franceschino tosto
                                        Sì signore.
tra il giudice, il notaro ed il dottore). (Parte)
qualche sciagura, io non m’intrico affatto,
turbarsi il mar, nel porto io mi ritiro.
Già ch’avverso destin del mio tesoro
mi contende il possesso, oprisi l’arte.
Oh questa in fede mia vuol esser bella!
                                        Di voi ne vengo
                                                Che ti occore?
che nell’ozio languisce; un palladino
solo immortal ti rende; io che del sangue
del gran Ruggier discendo, or le gran gesta
vo’ seguir de’ miei avi; il brando invitto
voi cingetemi al fianco; o gran campione
errante cavalier, se Orlando siete.
prole d’un grand’eroe che fece il mondo
tremar come una foglia. Poiché hai scelta
la mia fatal persona, io crearotti
un palladin e ti terrò nel core,
battuto e ribattuto a tutte l’ore.
Pregovi a perdonar, se in vostra casa
ho finto il camerier, se vostra figlia
                                           Ora la meriti.
Eh son follie! Noi ti facciamo degno.
dall’illustre prosapia di Rugiero
merita questo e peggio. Adesso io voglio
                                         O me beato!
qui calda calda. O giorno fortunato!
                                    Eccomi o padre.
a far razza d’eroi, lo vedi questo?
È Camillo, lo so. (Che sarà mai!)
                                 Ancor non t’hai levato
questo vizio che tieni? È mio pensiere
il tutto palesar. Questo che vedi
essere ha rissoluto un palladino.
Ed io tal lo farò, scende e discende
dal sangue di Ruggiero. Abbraccia o figlia
Sposalo; il genitor te lo consiglia.
                             Gnorsì.
                                             Meco è ritrosa,
                                              Oh sei noiosa!
                                      Bramate dunque
                                          Gnorsì lo bramo.
                                         Sollecitiamo.
                                      Ecco obbedisco.
                             Via datevi la mano.
Già che il padre sì brama, ecco ti porgo...
Ah indegno traditor, scostati o ch’io
                            Cossì mi tratti? Oh dei!
                                                      Tu chi sei?
se palladin tu sei, su stammi a fronte;
son amazone anch’io. Di questa spada
tu tremi al lampeggiar? Vienni al cimento,
pugna meco codardo e in tal conflitto
da questa man pur caderai trafitto.
                                              Lascia fare,
d’esser cavalleressa, animo e core,
brava figliola, imita il genitore.
                         O diavolo non vedi
                                  Tu genitore?
Un mostro fier tu sei ch’un’infelice
a morte sì crudel, tiranno, esponi;
                                                     Piano,
Son tutta foco e sdegno; il mio furore
                                         Andiamo male;
la mia casa de’ pazzi è un ospitale.
                                          Figlia sta’ in cassa.
Non ravviso raggion; tutti nemici
siete del viver mio, di mia quiete,
tutti rei del mio mal, tiranni siete.
Ah signor palladino il matrimonio
va male assai, vi son de’ grandi imbrogli.
Ma quando t’avrò fatto cavaliere
che per forza colei t’ha da sposare. (Parte)
m’avveggo, errai. Ed or di sdegno acceso
tant’odiarla vogl’io quanto l’amai.
                                M’affanna o dei
                                            Ed a qual fine?
                            Ed eccolo che viene.
Giungi opportun mio sospirato bene.
                                Secondo le promesse
fatte a me da Lisetta, oggi la sorte
                                       E quai promesse?
Fidata all’autorevol personaggio
rappresentar col genitor qui deve...
                                    Ella si sta vestendo
                                     Tutto or comprendo;
                                                        Il padre
costringerà, farà ch’a te mi dia.
Secondi amor ciò che il mio cor desia.
                                                    Sì, contenta
Ma per gioir fra breve idolo mio.
suo maligno tenor. Ma sento, o dei!
avvalorato il core e par che dica:
«Spera che dopo lungo e rio tormento
s’avvicina più grato il bel contento».
Ah ah mi vien da ridere; sembriamo
                                     Gravidi e mezzo
sarem di gravità; che bella cosa,
passa il notaro ed il governatore.
Voi state con li scherzi e qua si tratta
                                                 Dici bene;
venirà da dottore, com’ha detto
                          Non vi conoscesse?
Io parlerò lattin. Che vo’ conoscere?
Or ben sentiste che tutto bisogna
secondar quel ch’io dico, acciò più meglio
l’amico ci dia credito e se pure
disponessi di voi, di vostra figlia,
tutto approvar dovete in conclusione,
che tutt’altro non è che finzione.
Faccia lei, io sarò suo sostituto,
                    Viene l’amico allegramente.
che qui attento ci sta il governatoribus.
                         Sum dominus notarius,
sequestros, providentia et mandatos
aliasque cosas et come se chiamas,
Habetis vos bisognum de qualcosas?
bel e giocond faz con osequi un gran
                                         Mmalora toia!
                            Ch’al senta.
                                                    Non volebimus,
quia cadunt crepuscoli et potebimus
acchiapare cattarum, servitoribus.
Che te venga lo cancaro, fa’ priesto.
                                 No accomensabis
de prossimo a dir mal perché buscabis.
è del messir Flamini che querelam
adducit contra lu, ch’avendol sponte
«Promissio boni viri est obligatio»
Vot taser col diavol pastucchion?
ch’Angelica a s’ chiama ed al so spos
                                          Chiano, chiano.
Di’, chi l’ave portata in casa soia?
                                Ergo se deve
                               Viva bis optime.
a te dagh sto caplin int’el mustas.
                                         Mi vui
ch’al sipa castigà e lu e la donna.
                                                Perché li è
l’orizene del mal; li è una sfazad,
una furbaz com tant’e tant’alter
                     Ah sta’ zitto busciardone,
che ne possa dir ben? Plini, Platon,
Seneca, Zizeron, Stazi, Aristotil,
Democrit ed Ovidi e tant’e tant
ne digon mal, perfin la lezze lata.
tu contro vuoie parlar de no sesso
ch’è stato ed è la gloria dello munno,
ch’è mare di dolcezza senza funno.
                                         Mi replich...
No chiù replich, fuss’acciso. Apila
e no me sta chiù a nzallanì, me ntienne?
                          L’è Flamini.
                                                   Eh sì notaro!
Ta’ impalma sì Flaminio a Berenice.
                                     Mo mo sedeve,
                                  Ohimè, che ho fatto?
                                            E annodi amore
con un laccio immortal d’entrambi il cuore.
                 Se don Ferrante n’ha il possesso...
di finger più; sentite don Ferrante,
per far che di Flaminio e Berenice
Or che avuto ho l’intento, io mi dichiaro
che Lisetta mi chiamo e moglie sono
di Pasquariello e se qualche trasporto
amoroso, ma onesto, ho a voi mostrato,
l’ho fatto sol per castigar un poco
la gelosia di mio marito ed ecco,
che costui ha di me solo il possesso.
Mi vien da pianger per la tenerezza.
Oh consorte onorata! Oh sciagurato
che sono stato io! Mando ora al diavolo
già conosco esser questa una pazzia.
Me la ficaste, è ver, ma vi ringrazio,
il fato sia ben fatto e questi imbrogli
e far pazzie, come il mio caro Orlando.
ne resterà com’io a denti asciutti.
e dell’altrui gioir godo con tutti.
Viva Lisetta; ed io dirò col testo:
«E qui fo fin, ritorni un’altra volta
chi volentier la bell’istoria ascolta».

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