Metrica: interrogazione
316 ottonari in I volponi Venezia, Zatta, 1794 
   Ti vuo’ ben, non v’è bisogno
Ma stanotte ho fatto un sogno...
   Mi pareva di esser teco...
e in quel mentre un bambinello:
«Mamma, mamma» e vuol poppar.
   Me lo spiccio e a te ritorno...
Ma in quel mentre... il padron viene...
Presto, presto andar conviene
e a digiun convien restar.
   Di sposarti son contenta
ma il mio sogno mi spaventa.
Quando mangio, vuo’ mangiar. (Parte)
   Ma badate, ma pensate
che son io che ve l’ha data.
vi saprà mortificar. (Parte)
   Gli augelletti in lor favella
si fan noto il loro ardor.
Ci, ci, ciò, passera bella,
ci, ci, ciò, mio dolce amor.
   Anche il gregge in sua favella
fa palese il proprio ardor
e l’agnello con l’agnella
be, be, be, mio dolce amor.
   Anche i polli in lor favella
Co, co, co, la pollastrella,
co, co, de, mio dolce amor.
   Ah venite, signorina, (A Lisetta che arriva)
Quegli occhietti, quel sembiante
han ferito il di lui cor. (Accenna Girardino)
   (Come! Come!) (Piano a Tolomello)
                                   (Secondate;
con le donne siate audace). (Piano a Girardino)
                                (Non mi spiace;
ma ho un pochino di rossor). (Da sé)
   Rispondete, graziosina. (A Lisetta)
(Ah nel cor mi sta Merlina). (Da sé)
Rispondete a un vero amor.
   Mio signor, le chiedo scusa...
Non conosco... Non son usa...
E non merto un tanto onor.
   Eh furbetta! (A Lisetta) Via, parlate (A Girardino)
della piaga e dell’ardor.
   Mia signora... Mi perdoni...
Veggio anch’io le sue ragioni...
   Semplicetti, timidetti,
(Cosa sento!) (Da sé arrivando ed ascoltando)
                            Non temete,
di svegliarvi avrò l’onor.
   Mi rallegro, mi consolo,
degna sposa, amante saggio, (Ironica)
osin pur, si dian coraggio,
che mi unisco anch’io con lor.
   (Qual incontro!) (Da sé con passione)
                                    (Ha gelosia). (Da sé con piacere)
Ecco qui la sposa mia. (Accennando Merlina)
(La sua sposa!) (Da sé con passione)
                               E tutti quattro
(Fosse vero!... Ma ho timor). (Da sé)
   (Voi vedete quel ch’io fo;
vostro amico e protettor). (Piano a Lisetta)
(Obbligata dell’onor). (A Tolomello e seguono a parlar piano)
   (Di Lisetta?...) (Piano a Girardino)
                                 (Non è vero.
Ma voi siete...) (Piano a Merlina)
                              (Non temete,
Tolomello è mentitor). (Piano a Girardino)
   Quel contento che ora sento
non può rendersi maggior.
   Tutti quattro stiamo uniti;
seguitate i miei consigli;
   Bravo, bravo, galantuomo! (A Tolomello)
E che crepi il maggiordomo;
e che schiatti l’impostor.
   Bravo, bravo, galantuomo!
   Quel contento ch’ora sento
non può rendersi maggior.
   Io non son di que’ sguaiati,
che si struggon per le belle,
   Il mio bene, il mio tesoro
è una borsa carca d’oro.
La bellezza e la ricchezza
non eguaglio e non confondo
e non veggio in tutto il mondo
chi più bello sia di me. (Parte)
   Quando levansi dal letto,
   Vuol Sempronio il primo posto?
Meco Tizio è mal disposto?
E le donne? Hanno le donne
   Marchesina, contessina,
mille baci, mille abbracci
e poi quando se n’è andata:
«Che superba! Che sguaiata!»
E poi lacci senza fin. (Parte)
   Sì signore, amante sono.
Voi potreste farvi un merto.
   Di Merlina sono schiavo.
E vi giuro e vi protesto...
                            Dite pure.
   Sperar posso che sarà?
Oh che grazia! Oh che bontà!
(Speri pur, se n’avedrà).
   Torno a dirvi: «Amante sono». (Eccetera, poi parte)
   Che guadagnano i mariti
con le donne a trovar liti?
Guerra in casa e guerra in letto
   Ci vuol poco a viver bene,
voler bene e sopportar. (Vuol partire ed incontra Girardino)
   Belle Iris, mon espérance, (Verso una)
   Qui vois-je? Ma Glicère (Verso l’altra)
Sa beauté fut la première
qui d’un trait perça mon coeur.
   Pardonnez-moi ce langage; (Verso la prima)
j’obéis au dieu d’amour, (A tutte due)
je vous aîme, tour à tour.
   Se de Venere el putelo
l’ha nutrio e l’ha arlevà.
   Son stà in Franza e son stà in Spagna,
son stà a Londra e in Alemagna
   Gh’è per tutto de’ vulcani
che fornisse amor d’archetti
ma in Venezia i bei occhietti
xe più forti e meggio i tra.
   Son stà in Svezia e son stà in Prussia,
son stà in Grecia e son stà in Russia
   Oh che grazia! Oh che piacere!
che del mar fra l’onde assorto
trova un nume e trova il porto
                                  Caso mai...
Non volesse ch’ei restasse...
Converrebbe se n’andasse...
Che disgrazia! Che pietà! (Fingendo compassione)
   Che disgrazia! Che pietà!
(Che volponi!) (A Girardino)
                              (Gente ingrata!) (A Merlina)
   Non intendo, non comprendo,
tutto ancora è oscurità. (Con riflessione, con vivacità)
   Ma vedremo, scopriremo...
   Buona gente, me n’avvedo,
e vorreste, a quel ch’io credo,
   Brava, brava, vero, vero.
Ci fa torto un tal pensiero,
Voi non siete buoni a nulla,
   Ancor io saprò cantare.
   Girardino, via cantate.
Il mio canto accompagnate. (A Merlina)
tirar l’acqua al suo mulino.
   Bravi, bravi, viva, viva.
   Che si rida e che si goda,
che si passi il tempo in festa.
   Buona testa. (Piano a Fabrizio)
                             E andar bel bello. (Piano a Tolomello)
E politica. (Piano a Lisetta)
                      E cervello. (Piano a Tolomello)
(E far quel che s’ha da far). (Fra loro)
   Che si rida, che si goda,
che si passi il tempo in festa.
   La padrona è giovinetta...
   La padrona? È un’agnelletta.
Quel figliuolo? È un colombino;
ma col canto... e il chitarrino...
siam di pasta... Basta, basta...
Io non voglio mormorar. (Parte)
   Io ingannarvi? Il ciel mi guardi
da tal colpa e da un tal vizio;
ma Fabrizio... Ma Lisetta...
Che volpone! Che fraschetta!
Maledetto sia quel ma. (Parte)
   Ah qual stella sfortunata
   A soffrire anch’io son nata
ma i miei danni mi son cari,
   Sfortunati! Cieli ingrati!
                                  Che faremo?
Che ci pensi il dio d’amor.
   Tocca a lui che ci ha legati,
Non si strugga il nostro cor.
Che ci pensi il dio d’amor.
   «Zitto, zitto» egli mi dice
se per guida avrai l’onor».
   «Senti, senti» egli favella
«l’innocenza è sempre bella,
Che ci pensi il dio d’amor.
   Via parlate, dichiarate. (A Tolomello)
(Che ciascun pensi per sé). (Da sé)
   Sì, l’ebb’io, confesso il vero
ma sparmiato ho al forestiero
   La mia doppia dov’è andata? (A Tolomello)
Per piacervi l’ho intascata (A Fabrizio)
perché voi siete un volpone
   Bravo, bravo, si comprende (A Tolomello)
Ed io sono un uom d’onor. (Pavoneggiandosi)
   Disgraziato, son piccato. (A Tolomello)
Vada tutto e il ver si scopra.
È tutt’opra di costui (Alla contessa)
quel che accadde a quel meschin.
per il posto e per Merlina? (A Fabrizio)
Chi è l’autor dell’avania (A Tolomello)
con codesta signorina? (Accennando Lisetta)
(Son perduta). Ah mia signora, (Alla contessa)
   Bravi, bravi, viva, viva!
Discoperta è l’innocenza.
sappia ognuno il suo destin.
                                  Il meritiamo
Grazia, grazia. (Al marchese)
                              Si farà.
   Zitto, zitto; non parlate; (A tutti accennando la marchesina)
   Bella cosa è l’allegria
che per base ha la prudenza,
la schiettezza e l’onestà.
   La malizia de’ volponi,
   Viva, viva la prudenza,
la schiettezza e l’onestà.

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