Metrica: interrogazione
577 endecasillabi (recitativo) in La diavolessa Venezia, Geremia, 1755 
che mi par di sentirvi un po’ alterati?
Mi vuole abbandonar Dorina mia. (A Falco)
Ma perché mai? Oh povero ragazzo!
è necessario che ci separiamo.
Ch’è l’istesso che dir che a dirittura
vada a porsi Giannino in sepoltura.
che aveste così poca compassione.
ed or per sua cagion son nell’intrico.
                                        Sposar mi vuole
onde sfogate le amorose brame,
presto ci converrà morir di fame.
Dorina m’ha spiegato i sensi suoi.
Ora, signor Giannin, che dite voi?
                    Sì, signore.
                                           E poi?
                                                          E poi,
in casa mia vivremo in buono stato.
                                   Se non l’amassi
non avrei seguitati i di lui passi.
Dunque sta tutto il mal, per quel ch’io sento,
                                       E vi par poco?
vi trovassi un onesto assegnamento?
Gli porgerei la mano in quel momento.
                                    Falco vi prego.
                                  Falco garbato.
                                         Vi sarò grato.
il quale amando assai l’argento e l’oro
cerca sempre trovar qualche tesoro.
Basta che un forastier gli si presenti
l’abilità per tali scavazioni,
gli leva dalla man scudi e dobloni.
                                            Cosa importa?
Istruirvi saprò, se voi volete.
Fidatevi di me, mi conoscete.
Tutto farò quello che far si puote
per aver saviamente un po’ di dote.
                                   È cosa giusta.
Di quello che verrà mi basta il quarto.
Andrete soli per non dar sospetto
e vi dirò quello che dir dovrete.
per dar credito e forza all’impostura.
                                           Siete padroni.
Tutto Dorina avrà quel che comanda;
è a sua disposizion la mia locanda.
                                              Un po’ di flemma,
Qua non ci voglio star, voglio andar via.
e saremo da lui forse alloggiati.
Lo staffiere non vien colla risposta?
aver conviene un po’ di tolleranza.
sentirem la risposta; ma se mai
tosto voglio partir, cambiar locanda.
                                     Eh sì, signore,
ci sta il signor consorte mio garbato,
della bella straniera innamorato.
Oh! Di chi? Di Dorina? V’ingannate.
Ch’io m’ingannassi si potrebbe dare;
ma qui, lo torno a dir, non ci vo’ stare.
Ecco Gabrin che torna; or si saprà.
Bastami che si vada via di qua.
Sia com’esser si voglia, io qui non resto.
e mi avete stancato in verità.
                      Ma andar voglio via di qua.
al conte Nastri e alla contessa ancora.
venirli a riverire alla locanda,
che si degnin passar nel di lui tetto,
esibito di cor per lor ricetto».
                                               Adagio un poco,
senza saper... senza conoscer chi...
Ve lo ritorno a dir; non vo’ star qui.
Dunque andiamo e sarà quel che sarà.
Bastami che si vada via di qua.
andremo sì, vi renderò contenta
ma fate che gridar più non vi senta. (Parte)
esser da noi trattati dolcemente.
Ma se non si fa niente colle buone
convien gridare per aver ragione.
di qua voglio andar via. L’ho detto assai
e son disposta a non tacer più mai.
Alloggiar forestieri... E mi dispiace...
del tesor che cavar deggio in cantina.
un tesoro a trovar sicuro e certo;
e in casa mia, l’ho in casa mia scoperto.
alloggiar li ho invitati in casa mia;
ma se così spendete allegramente,
lo stato vostro ridurassi al niente.
piene le casse avrem d’argento e d’oro.
o al solito trovato con la mente?
                                       Zitto. In cantina.
                                         La cosa è certa;
e ho fatto l’esperienza sopra il suolo
anche colla bacchetta di nocciuolo.
che l’abbiate trovato io crederò.
la padrona sarà... sarà Ghiandina.
Ho imparato in un libro a far portenti.
Finor da più di un restai gabato;
e i tesori trovar posso all’oscuro.
Voglia il ciel che sia vero; e poi signore,
di farvi ritrovare anch’io prometto.
d’onestà, di costanza, amore e fé.
È vero; una fanciulla come questa
ma mi preme trovar quello dell’oro,
perché finor poco nell’arte esperto,
ho consumato il certo per l’incerto;
                                         Son venuti
due forastieri a domandar di voi.
Saranno il conte e la contessa; o bene,
venghino pur; riceverli conviene.
                     Di che cosa?
                                              Niente, niente.
non vorrei vi scordaste di Ghiandina. (Parte)
No no, non dubitar... S’ella è gelosa
la vo’ sposar senz’altra dilazione.
Criticato sarò, perch’è una serva?
Ognuno in questo ha da pensar per sé.
                                           Riverisco.
alla nobil contessa umil m’inchino. (A Dorina)
                                  (Che non son io Giannino?)
la dama illustre, il cavalier garbato.
                                 Certo; l’amico,
che li ha diretti a me, di lor signori
m’accenna il grado ed i sublimi onori.
Falco ci ha posti in qualche brutto impegno. (Piano a Dorina)
Ei ci nobilitò, vi vuole ingegno. (Piano a Giannino)
se un solo letto ed una stanza avranno.
                                            No no, signore,
sono avvezza così fin da figliuola,
piacemi nella stanza di star sola.
                        E lui fuor della porta? (Accenando Giannino)
La signora comanda e vuol così.
perché così crudel con suo marito?
per quel ch’io sento, dell’usanza nuova.
(Seguitar la finzion per or mi giova).
starmene in buon amor vicino a lei.
Anch’io davver son del parere istesso,
notte e giorno vorrei starle dappresso.
che si chiaman mariti seccatori.
                               Basta... Per ora
Quando poi, quando poi. Già vi capisco.
averete di grazia a far così. (A Giannino)
                   Non intendo. (A Dorina)
                                             Eh, che l’amore
della plebe l’amor, come si sa,
da quello della nostra nobiltà.
Voglio che civilmente ci trattiamo.
O che siamo, cospetto! o che non siamo.
In casa mia quel che si vuol si fa
e lascio a ciaschedun la libertà.
                                          Eh, sì signore.
che a Napoli sen vien per suo diporto
L’amico mi ha informato d’ogni cosa.
                                      E che tesoro?
Io non cavo tesori; e chi v’ha detto
che si cercan tesori in casa mia?
Quel che mi manda da vossignoria.
E all’amico di Roma io scriverò.
Lontani li terrò dalla cantina).
                                      Mi maraviglio;
di tacer vi consiglio un tal proposito
o mi vedrete far qualche sproposito.
con Falco d’una cosa; ed or ne trovo
un’altra bella di caratter nuovo.
Che il gentiluomo non l’ho fatto mai.
A farlo mi vorrei un po’ provare
ma non so da qual parte principiare.
Come diavolo mai l’hanno saputo?
sino a Roma passata la notizia
che fa Ghiandina. Lei l’averà detto.
Oh vizio delle donne maledetto!
                           Falco, venite pure.
                                         Eh, lo sapete,
Son venuti da voi due forastieri?
                                          Altri?
                                                       Non altri.
                                                E chi doveva
                           Un giovane di garbo
venuti a posta sino di Turchia
                                        Per quel che intesi
credo vadano in cerca d’un tesoro.
                                 Credo di sì.
                                Par che dovrebbero
Son forastieri; si saran perduti.
                                    A ritrovarli
                           Ehi non crediate mica
ch’io pensi di cavar qualche tesoro;
ma parlo volontier di certe cose...
E mi piaccion le genti spiritose.
che cercan gli altrui fatti ma ho sentito
che al signor don Poppone il cielo, il fato
una fortuna grande ha preparato.
Messer Falco gentil troppo m’onora,
io non mi sento di creppar per ora.
È questo il giorno delle seccature.
Altri due forestier che vi domandano.
                          Signor no; venuti
e Falco se n’è andato per di là.
                                        Sì, saran dessi.
                                           Allegramente,
che se cala il denar, cresce la gente. (Parte)
Essi per altra via sono arrivati.
Ti ringrazio, fortuna; eccoli qui.
Mi seconda la sorte in questo dì.
                                         Oh, galantuomo,
                     Giovinotta, io vi saluto.
                              (Che trattamento abietto).
(Si vede che son gente d’intelletto).
è che voi con la vostra signorina
meco venghiate nella mia cantina.
non si fa un tal invito a’ nostri pari.
Nella cantina mia sono i denari.
so che per me veniste di lontano
e in casa mia non resterete invano.
Spiegatevi, signore, non capisco.
che sappian quel che passa fra di noi.
Andate, andate; parleremo poi.
siete, mi può accadere qualche intrico.
                                    Andate via, vi dico.
                             A un cavalier?
                                                         Va bene.
nobiltà in casi tali e signoria;
Parto per or ma si saprà perché;
conto di tutto renderete a me. (Parte)
vi fa credere un pazzo. Io son chi sono;
e in grazia dell’amico vi perdono.
di quei che voglion far certi mestieri,
di spacciarsi per dame e cavalieri.
Non mi spiace per dir la verità;
ma la deggio trattar con nobiltà.
perché ci priva della sua presenza?
e servitor della contessa io sono.
fa con rispetto i complimenti suoi. (S’inchina)
(Com’è graziosa!) (Guardandola)
                                    (Parm’innamorato).
s’io fossi un cavaliere come lei,
                                    Con libertà.
Già intendo e l’aggradisco.
                                                  Oh gran bontà!
E mi trattiene un certo non so che...
                                (È innamorata in me).
(Allettarlo conviene il turlulù).
(Qualche cosa scoprir voglio di più).
                                    Non ve lo dice
                                        Da Roma
dice che vien ma non se sia romana.
Io sono... signor mio... palermitana.
                        Spagnuolo.
                                               E dove vanno
                                       Per il mondo
fra’ quali certo don Poppone il primo.
                                          Con sua licenza
come ha da dir, se fosse ricercato). (Parte)
Ora ci avevo gusto e se n’è andata.
e parmi che a lei pur vada a fagiuolo.
non escirebbe più da queste porte.
dove si trovi la consorte mia?
Poc’anzi è stata qui. Se l’illustrissimo
Non importa, signor, bene obbligato. (Con gravità)
nel signor conte la nazion spagnuola!
                                           No; di dove?
                              (Averò inteso male).
                              E la mia dama... è nata
                                             Oibò. Perché?
                                 (Qualche imbroglio c’è).
Siam venuti a comprare un marchesato.
                                          Eccola qui.
(Qualche imbroglio m’aspetto. Or si saprà).
(Voglio un poco scoprir la verità).
non mi ricordo ben la patria sua. (Piano a Dorina)
Palermo. (Forte che Giannino senta)
                    Sente lei, signor toscano. (Piano a Giannino)
È vero, è vero, io son palermitano. (Forte)
                     Non è lui? Non è spagnuolo? (A Dorina)
Orionda è la contessa di Romagna.
Ma per educazion sono toscano.
                                 E per il marchesato.
                                                Oh signorsì.
                                        Ella è così.
Quando trovi che sia la verità
che abbiate in mio favor della bontà. (Piano a Dorina)
Di ciò siete sicuro. (Piano a don Poppone)
                                     Il signor conte
ch’io la possa servir sarà contento? (Piano a Dorina)
Non è vero marito? (Forte a Giannino)
                                      Sì è verissimo.
tutto quel ch’ella vuol mi convien dire).
Strepiti, precipizi? Adagio un poco.
del trattamento vil di don Poppone.
e l’oro, si suol dir, macchia non prende.
                                             Non è questo
che vi trattien ma vi conosco in ciera.
e d’accordo con voi sarà venuta.
                                         Non parlo invano.
                                                 Zitto, gli è qui.
                                                  In casa vostra
                                                Avete visto?
non vi mancherà certo argento ed oro.
Mi lusingo ancor io d’un bel tesoro.
Non le state a badar. (A don Poppone)
                                        E mio marito
                                    In verità
ho intenzione di far seco a metà.
ma non vi riuscirà, lo giuro al cielo,
ch’io scoprirò di queste trame il velo.
                                     Col mio consorte
delle vostre fatiche il tristo frutto?
La metà non gli basta? E che? Vuol tutto?
Quel ch’ei voglia non so ma so ben io
e che il disegno rio sarà scoperto.
                                            Tacete.
                                 Un perfido voi siete.
Che diavolo ha con me quella ragazza?
Ditemi il ver; la poverina è pazza?
                                Di chi è gelosa?
ch’è alloggiata da voi. Crede ch’io l’ami;
qui introdotta da me. Crede...
                                                        Pian piano.
                                Che a me fate il mezzano.
E crede che vogliam far a metà.
                                    Ed ella intese
che voleste un tesor chiamar Dorina.
Io m’intesi il tesor della cantina.
che consista nel ber tutto il decoro?
Non vi parlo del vin; parlo dell’oro.
                                      Nol sapete?
per aiutarmi a far la scavazione?
e che, circa ai tesor, fate portenti.
(Vo’ secondar per iscoprir il vero).
                                E per nascondervi
                              Certo.
                                            Va bene;
della vostra signora il dubbio strano,
che si crede ch’io far voglia il mezzano.
Perché per dirla schietta, padron mio,
la grazia di madama la vogl’io.
Ch’io l’ami non dirò con grande amore
che quantunque da ciò fossi lontano
di lei mi fece innamorar pian piano.
ho per lei della stima; evvi peraltro
che m’inquieta non poco ed è geloso.
All’incontro con me quel galantuomo
che dimostra per me tutto l’impegno.
Non so che dire; invidio il vostro stato.
                                        Altro non manca
                                       Per me son qui.
(Mi consiglia l’amor finger così).
Avrò il ricco tesoro e la contessa.
                               Sì, sono arrivati
ed ambo in casa mia sono alloggiati.
Fanno per mantenerla con decoro.
l’uno per cavalier, l’altro per dama.
Fan per accreditar la loro fama.
e l’uomo alfin m’ha confessato tutto.
                                  Non ancora;
ch’avrò veduto l’opra sua valente.
Signor mio caro, non farete niente.
io vi consiglio regalarli in prima.
faran le cose più polito e presto.
                                      Potreste dare
un anel di diamanti alla signora
una borsa con dentro del denaro.
                                  A ritrovarla andrò. (Parte)
Un po’ più di rispetto e civiltà.
                             Vuol dir ch’io son chi sono.
E mi viene un pochin dell’illustrissima.
                                       Dall’ora istessa
che mi facesti diventar contessa.
a don Poppone con astuzie pronte
ch’io son contessa e che Giannino è conte?
                                     Avrebbe forse
Vi par che nobiltà non abbia in volto?
So favellare anch’io con labbro sciolto.
e so anch’io sostener la gravità.
                                       Qui v’è un imbroglio.
Don Poppone senz’altro ha equivocato;
vi crede il conte e la contessa Nastri.
o fettuccia o cordella o stringa o spago,
quest’accidente è vago; e fin che dura
da dama voglio far la mia figura.
                                 Perché?
                                                  So io
per soggezione della nobiltà.
gli rinunzio il damato e la contea.
con la vostra prudenza e con bell’arte.
                             Da voi non voglio
per parte mia che una benigna occhiata.
e che fa quel che fa per amicizia.
Io non posso più star, Dorina mia.
ha preparato, lo sepp’io testé,
un regalo per voi, uno per me.
il tesor, la contea... quest’è un imbroglio.
se vi trattai finor con malagrazia.
la privazione della sua presenza.
Ma se vuol tornar via gli diam licenza.
amante qual son io di libertà.
                                          Niente niente,
                                        E per che fare?
                                      Affé scommetto
che far volete un qualche regaletto.
                                       E un uomo ancora?
e ad un uom questa borsa ho preparato.
                   (Buono davvero).
                                                     E può sapersi
chi sia colei che quest’anello avrà?
Si può sapere a chi la borsa va?
Va la borsa e l’anello a due persone
                                       In verità
quell’anello sarebbe il caso mio.
Mi degnerei di quella borsa anch’io.
non mancano denari e pietre belle
né si degnan di queste bagatelle.
                                 Su via provate.
Che caro cavalier! So che scherzate.
                                               Voglio partire,
vel son per civiltà venuta a dire.
Preparato ho per voi qualche cosetta.
A voi l’anello (Alla contessa) e a voi questa borsetta. (Al conte)
A me denaro? A me tal villania?
uomo incivil, del replicato affronto. (Parte)
                                             Gente vile.
Ricusar i regali? Oh che viltà!
Un regalo così non si disprezza.
                                    No, non mi sdegno,
accetterò dell’amicizia in pegno.
Dama di cor gentile ed amorevole!
                                        Io son degnevole.
rispettabile certo ai giorni nostri;
così avessero fatto ancora i vostri.
degg’io, seguendo delle nozze il rito,
sotto le leggi anch’io di mio marito.
tutto quel che vi dan prendete voi?
Tutto non so. V’è un certo codicillo
che permette talora il dir di no.
                                      L’accetterei.
                                       Ci penserei.
in Venezia, sua patria, una ragazza:
«Del vostro cuor cossa voleu che fazza?»
con quella veneziana sua grazietta,
gli cantava così la canzonetta.
La testa non so più dove ch’io l’abbia.
ora cambia linguaggio... I due stranieri
ricusano gli anei, ricusan l’oro.
e l’amore s’avvanza... Ecco Ghiandina;
Oh davvero, davver, confuso io sono.
la mia buona licenza; io vado via.
                              Perché s’è ritrovata
ed io, signor, non ve ne abbiate a male,
io non voglio servire una rivale.
                              So io quel che ragiono;
Infatti, lo confesso da me stessa,
devo ceder il loco alla contessa.
                                 Eh, sì signor ch’è vero.
e so che le faceste i regaletti.
                            Però mi maraviglio
                                      Già ve l’ho detto
Datemi la licenza; io vo’ partire.
Se voi mi abbandonate, io morirò.
a licenziarla, a far che vada via.
Non vi vo’ disgustar, Ghiandina mia.
qualche volta si scorda il primo amore;
ma torna poi dove ha fissato il core.
che don Poppone qui verrà fra poco.
non ci sto volontieri nemmen io;
che s’approffitti un po’ dell’occasione,
della credulità di don Poppone.
d’abiti e d’altre cose necessarie.
Or ora il pazzo vederà i portenti. (Don Poppone con lume in mano, una zappa e una vanga)
                     Sì, signor.
                                          Ma dove sono
in cui sta lo scongiuro registrato.
                                       In grazia mia;
poi, cavato il tesoro, andranno via.
il regal della borsa e dell’anello.
che trovaronsi là per accidente.
chi per conte e contessa intenda dire).
                                        E questi ancora
                                Principiamo or ora.
                                         L’impegno è mio.
Simulare non vo’ tale strapazzo.
Ma nol vedete? Don Poppone è un pazzo.
oprar in altre cose. Un qualche inganno
e prima di partir mi vo’ chiarire.
egli ci ha fatto un trattamento tale
che non creda che siam quelli che siamo.
che prima di partir si disinganni
                                      Eccolo, ei viene.
                                 Come parlate?
Sento sul dorso ancor le bastonate.
Per due che amici siete del demonio
e son le spalle mie buon testimonio.
                                       O siete tale
o di cantina il vin v’ha fatto male.
Non col vino però ma con il legno.
                                                In due parole,
rendami i miei denari trappolati
o voi sarete al giudice accusati.
al conte Nastri e alla contessa sposa.
e voi andate via con il malanno.
                                           Ci conoscete?
Vi torno a dir che due stregoni siete.
                                                  Voi?
                                                             Non sono
                                           Voi?
                                                      Da Roma
                                                      Voi?
Non c’invitaste in casa vostra?
                                                        Voi?
dell’amico comune ecco più fogli. (Dà alcuni fogli a don Poppone)
Siete in errore o vi prendete spasso?
                                 Resto di sasso. (Dopo aver letto)
                                    Perché offerirmi
                                       A me offerire
                                  Non so che dire.
Dunque saran quegli altri... E come mai?
Vi domando perdono; io m’ingannai.
                                          Io lo previdi
che il facea delirar qualche pazzia.
Prima ch’altri ci turbi, andiamo via.
Napoli che a goder venuti siamo?
Vedo che il fato al mio piacer contrasta.
Ho goduto finor tanto che basta.
La compatisco e compiacerla io voglio.
fido alla sposa mia nel mio paese;
perché perder la pace a proprie spese?
Tant’è, signori miei, scoperti siete,
andarvene dovrete e forse in pena
render conto dovrete alla giustizia.
                                        Io non so nulla.
Da ridere mi viene. Il signor conte,
tutto vidi dall’uscio di cantina.
Abbiateci pietà, cara Ghiandina.
Lo so che quel briccone l’ha ingannato;
ma sarà, come merta, castigato.
                                             Ci ho da entrare
per serva sono entrata in queste porte
ma del padrone diverrò consorte.
Io per vostra cagion son rovinata.
per il vostro pochissimo giudizio.
                                          Senza denari,
che s’aveva da far? Voi mi faceste
no, certamente, non sarei venuta.
                                      Che bell’amore!
si perderà la libertà e la vita.
                                       Come?
                                                       Fuggire
al meglio che si può da disperati.
                                      Ma separati.
                                 Perché mi basta
quel che finora ho seco voi passato.
                                       Sono in rovina.
                    Siamo qui precipitati.
Voi ci avete del tutto assassinati.
                                        Se vi trovano,
le nuove anche per voi saran cattive.
Questo foglio leggete. (A Giannino)
                                          E chi lo scrive? (Prendendo il foglio)
di andarsene di trotto all’altro mondo.
È morto il padre suo? (A Falco)
                                          Certo, certissimo.
                                 Dorina mia, è verissimo.
giorni lieti a passare in altro loco?
Lasciatemi per or piangere un poco. (Siede in atto di piangere)
Lasciate che si sfoghi il poveretto;
la natura vorrà fare il suo effetto.
Mi consolo con voi; ma vado subito
Rendergli le monete a lui levate
e chieder scusa delle bastonate.
                                    Non ci pensate.
Anch’in questo l’impegno a me lasciate.
che tutto anderà bene, il mio Giannino.
Povero padre; è morto il poverino! (Stando mesto a sedere)
Cosa volete far? Chi è morto è morto.
dallo sperar, come sperar conviene,
che alfin le cose nostre anderan bene.
Non mi posso dar pace. (Come sopra)
                                             Egli era vecchio,
                               Mio padre è andato. (Come sopra)
mia madre che per voi ho abbandonata
ma mi consolo al mio Giannino appresso
e dovreste per me fare lo stesso.
No, non credo mai più, mai più a nessuno.
e quel che importa più le bastonate?
In quanto al conte Nastri fu un errore.
un per quell’altro e per quell’altro l’uno,
senza che in ciò colpa ne avesse alcuno.
sarà restituito; e in quanto poi
basterà che una scusa riceviate.
per levarmi il dolor che ancora sento,
che mi rendano l’oro e son contento.
                                    No, non voglio;
Non temete, signor, che amici sono.

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