Metrica: interrogazione
256 ottonari in Vittorina London, Cadell, 1777 
   Tutto il mondo è in gioia e in festa
Quel ch’io provo, quel ch’io sento
niun lo sa, niun lo saprà.
   Per esempio, pel contratto
Sì signore, ho presto fatto; (Al barone)
non s’inquieti in carità.
   La fanciulla... non ha nulla. (Al notaio)
Vorrei darle... Vorrei farle...
Un momento solo solo; (Al barone)
sì signore, andrò di volo.
verrà certo o non verrà. (Parte)
   Se foss’io la sola offesa,
   Ma d’amor la voce ho intesa;
ei mi parla e al cuor mi dice:
«Perdonare a te non lice,
se l’insulto a me si fa». (Parte)
   Qual nocchiero in mar turbato,
qual guerrier fra l’armi e il foco,
soffre, è ver, d’un cuore ingrato
   Ma il nocchier talora al porto
dal furor del vento è scorto.
Il guerrier ch’oppresso e vinto
si credea di lauri è cinto.
può rinascere l’amor. (Parte)
   L’età mia, la caccia e poi...
figliuol mio, tutt’è finito.
   Ah signor, che dite voi?
Il rispetto ed il mio zelo...
Quel piacer v’accordi il cielo
che il cuor mio sperar non sa.
   Poverino, vi crucciate,
la marchesa in cuor vi sta.
   Ah di lei non mi parlate,
   Troppo foco, troppo sdegno,
quest’è segno che l’amate.
Vado adesso; vado io stesso...
Padre mio, deh non andate.
Che il vogliate o nol vogliate,
m’è lo stesso; vado adesso...
V’ingannate, no, non fate.
Vuo’ pregarla, accarezzarla...
e placarla... ed obbligarla...
S’ha da fare e si farà.
   (Pure alfin vi ho ritrovato,
vi ricerca il conte irato.
Vi sottragga il ciel pietoso
d’un geloso al rio furor).
   (Ah d’amor, nel zelo vostro,
ma il destin non mi vuol degno
di goder del vostro amor).
   Vittorina, al mio discorso
vengo adesso a far la glosa.
                              (Che risponde?)
Non saprei senza consiglio...
se accettar degg’io l’onor.
                                   Egli è contento.
   Dite chiaro se vi è caro
                           Via, parlate.
Perché mai mi tormentate.
qual per voi pensa il mio cor!
   Sì, si vede... Sì, si crede
   Deh signor, con permissione.
Torno a lei, signor padrone,
s’intrometta in mio favor.
   (Giunge a tempo e non mi spiace).
(Che pretende quell’audace?)
(Mi tormenta anche il fattor).
   Degno forse non son io...
(Quivi ancora è il padre mio.
   Io vorrei la conclusione.
Or ragion vuol che si taccia.
Non conviene a un servo in faccia
   (Dice bene e mi rimetto).
(Ah sol io gli leggo in petto.
Vedo un cuore pien d’amore,
pien di stima e pien di fé;
ma quel cor non è per me).
   Tempo, tempo e la fortuna
   (Degli affari vo a spicciarmi).
(La marchesa dee aspettarmi).
(Il destin cangerà faccia).
   Se giustizia altrui rendesse,
non sarebbe Amor fanciullo.
Fa de’ cuori il suo trastullo,
gioco è in lui la crudeltà.
   Se del merto cura avesse,
non andrebbe Amor bendato.
Se con noi si mostra ingrato,
colpa è sol di cecità. (Parte)
   Facciam alto e riposiamo,
finché forze riacquistiamo
   Fuori, fuori pane e vino
s’ha da bere e da mangiar. (I cacciatori seggono per terra e mangiano e bevono. Il barone siede sopra il tronco d’un albero)
   Ma mi par... Tra quelle fronde
Io l’avrò, se prende il volo.
Poverino, è un uscignuolo,
non lo voglio molestar. (Siede)
   Un momento di respiro;
non son nata in schiavitù.
   La padrona in un ritiro
vuol ch’io vada? Vi anderò.
   Oh guardate, che indecenza!
Chi credete ch’io mi sia?
(Ah mio cuor, la sofferenza,
la virtù, la gloria mia!)
se il volete, io partirò. (Va verso la collina)
   Non mi vanto, non son vano
ma giustizia alfin mi rendo.
   Prima il cielo e il mio sovrano,
poi la patria e il genitore
   Son sincero e son costante,
ecco fatto il mio ritratto,
vi potete assicurar. (Salisce la collina)
   Cara figlia, alfin ti trovo;
tutto so quel ch’hai sofferto,
di costanza avesti il merto
   Ah il contento che ora provo
fa ch’io scordi il duol passato.
   (Oh che caso, oh che allegrezza!
Piango anch’io di tenerezza).
Quando l’alma e il cuore è in calma
   Che insolenza! Che violenza!
Disgraziato! Scellerato! (A Roberto)
La fanciulla diffendete. (Ai cacciatori)
                         Cielo! Aiuto.
                     Caricate.
Abbia il ciel di noi pietà!
   Alto, alto, è mio l’impegno,
   Salva, salva. (Fugge co’ suoi paesani)
                            Ben gli sta.
preservata ha la mia sposa.
                            Non intendo.
Grazie, grazie ai numi rendo.
Vittorina ha il ciel salvata,
   (Poverino! Mi vuol bene.
(Non accendersi a tal fiamma
   Sempre il fato non è ingrato
   La costanza, la speranza,
vuol che soffra un fido cor.
   Sono amante e son costante;
di soffrire io non mi stanco.
   L’onor vostro è cura mia.
Non ancor, non ne son degna.
L’amor mio per voi s’impegna.
Altri impegni ha il vostro amor.
   Crudo fato... dispietato!
   Per dar pace al mio tormento,
sull’altar del dio d’amor.
   L’ara e il nume ah dove sono?
Nel mio petto amore ha il trono,
No; l’amor che voi vantate
                        Giuro anch’io.
Sull’altar del vostro cuore...
Non è sordo il dio d’amore;
   Donne belle, il vostro cuore
Guerra fate a chi vuol pace,
fortunato è chi v’intende.
Giuste siate e meno ingrate,
   No signora, non temete;
   Non ambisco e non aspiro
   Non signora, non temete,
   Madre mia, deh riflettete
al dover che abbiam contratto.
Tutto il ben ch’ella mi ha fatto
   Madre mia, se giusta siete...
   Ah signor, non condannate
quell’onor che in me pregiate.
Voi mi amate e vi amo anch’io;
peno, è ver, nel dirvi addio;
   No signora, non temete,

Notice: Undefined index: metrica in /home/apostolo/domains/carlogoldoni.it/public_html/library/opera/controllers/Metrica/queryAction.php on line 8