Metrica: interrogazione
81 ottonari in Farnace Venezia, Rossetti, 1739 
   Così avvezze alla vittoria
che per loro è scarsa gloria
   La pietade è il più bel vanto
gli altrui torti a vendicar.
   Da quel ferro ch’ha svenato
   Nel mirar un figlio esangue
non son io, se posso ancora
far tremar chi m’ha oltraggiata,
   Vive sì, vive quel figlio
che t’affanna ed addolora,
vive e in esso il tuo periglio
   Quando il mar fremente e nero
muove guerra e i legni affonda,
contrastar vorria con l’onda
   Tal costei, che si compiace
dell’idea di sembrar forte,
vedrà alfin che colla sorte
vano sempre è il contrastar.
   Il tuo pianto, i tuoi sospiri
giusti sono, o sposa amata,
io non serbo un’alma ingrata,
teco langue anche il mio cor.
   Il tiranno in me tu miri,
ma nel sen più che non credi
provo estremo il mio dolor.
   Io farò che s’oda intorno
quando riede il nuovo giorno
   Non è cruda, non è avara,
   Forse, o caro, in questi accenti
qualche nume o qualche stella
   Qualche nume che vorrà,
consolar la fedeltà. (Parte)
   Ti vantasti mio guerriero,
se bastante al grand’impegno
non avevi in petto il cor. (Parte)
   Io crudel? Giusto rigore
   Madre, duce, oh dio! Perché
                         Tant’orgoglio?
                             E morte io voglio.
   La costanza e la fortezza...
                         Della mia sorte...
   Da sinistra il ciel balena,

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