Le virtuose ridicole, Venezia, Bettinelli, 1752

Vignetta Frontespizio
 ATTO PRIMO
 
 SCENA PRIMA
 
 Giardino delizioso in casa di Affrodisia.
 
 AFFRODISIA, ERIDENO, MELIBEA, PEGASINO, ARMONICA e GAZZETTA, tutti a sedere in circolo
 
 le tre donne
 
    Sì sì sì.
 
 li tre uomini
 
                    No no no.
 
 le tre donne
 
 Io sostengo l’opinione;
 la ragione vuol così.
 
 li tre uomini
 
    Accordarla non si può;
5il contrario sosterrò.
 
 le donne
 
 Sì sì sì.
 
 gl’uomini
 
                 No no no.
 
 Affrodisia
 Eh via, signor scolaro,
 io son maestra di filosofia
 e sostegno che il vacuo non si dia.
 Erideno
10Io sostegno il contrario.
 Dico che si dia il vacuo
 e la ragione è bella,
 perch’io la provo nella mia scarsella.
 Melibea
 Io vi dico che gli alberi del sole,
15trovati dal Meschino,
 si trovan della Persia in un giardino.
 Gazzetta
 E questo non può stare,
 perché il Persiano aduna
 non gli alberi del sol ma della luna.
 Armonica
20Io dico e sosterrò,
 coll’opinion di genti buone e brave,
 che si possa cantar senza la chiave.
 Erideno
 Ma confessar conviene
 che senza chiave non si canta bene.
 Melibea
25Sostegno e sosterrò
 che il Tasso è bergamasco
 e non partenopeo
 ed è parente di Bartolomeo.
 Pegasino
 Io non vuo’ disputar delle nazioni
30ma il Tasso sarà figlio del Tassoni.
 le donne
 
    Sì sì sì.
 
 gl’uomini
 
                    No no no.
 
 le donne
 
 Io sostegno l’opinione;
 la ragione vuol così.
 
 gl’uomini
 
    Accordarla non si può;
35il contrario sosterrò.
 
 SCENA II
 
 Ser SACENTE e detti
 
 ser Saccente
 Oh silete, silete;
 amici, cosa avete?
 Per qual ragione siete calefacti?
 Disputatio est ne iuris vel facti?
 Affrodisia
40Udite se ho ragione.
 Erideno
 Eh la ragione è mia.
 Affrodisia
 Dico: non si dà vacuo.
 Erideno
 Io dico che si dia.
 Affrodisia
 Voi che siete filosofo
45cosa dite?
 ser Saccente
                      Respondeo
 che variamente l’opinion si prova,
 ergo il vacuo si trova o non si trova.
 Erideno
 Oh bravo, ser Saccente.
 Affrodisia
 Voi non sapete niente.
 Melibea
                                            Voi che siete
50un famoso poeta,
 saprete il Tasso di qual patria sia. (A ser Saccente)
 Pegasino
 E saprete la sua cronologia.
 ser Saccente
 D’ambe le due nazioni
 son forti le ragioni.
55Il Tasso, cioè Torquato,
 nacque in Bergamo, altrove originato.
 Pegasino
 Oh bravo, ser Saccente.
 Melibea
 Voi non sapete niente.
 le tre donne
 
    È un ignorante
60che fa il pedante.
 
 li tre uomini
 
 È ser Saccente
 un uom prudente.
 
 le tre donne
 
 La mia ragione
 io sosterrò.
 
 li tre uomini
 
65   La mia opinione
 non lascierò.
 
 le tre donne
 
 Sì sì sì.
 
 li tre uomini
 
 No no no. (Tutti partono fuor che ser Sacente)
 
 SCENA III
 
 Ser SACCENTE solo
 
 ser Saccente
 Grazie, o madre natura,
70del don che mi facesti.
 Tu il saper m’infondesti
 e senz’aver studiato
 son divenuto un uomo letterato.
 Leggo libri e volumi a precipizio
75ma solo il frontispizio;
 e quando voglio ricavar più frutto,
 leggo l’indice ancora e imparo tutto.
 
    Io sono un libro aperto,
 di tutto so parlar;
80filosofo più esperto
 non v’è nel disputar.
 
    So dir nego maiorem;
 so dir probo minorem,
 retorqueo, distinguo, concedo;
85e a forza d’argomenti
 io voglio aver ragion. (Parte)
 
 SCENA IV
 
 Camera.
 
 MELIBEA con un libro, poi GAZZETTA
 
 Melibea
 Oh! Che amor sfortunato!
 Oh che caso funesto e doloroso!
 Fra le istorie più belle
90quest’avrà il primo luogo,
 questa che in versi accenna
 l’amor per cui morì Paris e Vienna.
 Gazzetta
 Melibea, mia diletta.
 Melibea
 Mio grazioso Gazzetta.
 Gazzetta
95V’è passata la bile?
 Melibea
                                      Se mi amate,
 voi non avete a contradirmi. Io sono
 una donna che mai non parla invano,
 che parla ognor coll’istoria alla mano.
 Gazzetta
 Che leggete di bello?
 Melibea
                                         Oh se sapeste
100che dolor, che tormento
 sol per cagion di questo libro io sento!
 Gazzetta
 Per cagion di quel libro?
 Melibea
                                               Sì; qualora
 leggo di un fido amante
 qualche trista avventura,
105mi sento intenerir, piango a drittura.
 Gazzetta
 Dunque siete di cor tenero assai.
 Melibea
 Così non fossi.
 Gazzetta
                              E se v’intenerite...
 Melibea
 (Oh Vienna sfortunata!)
 Gazzetta
 E se v’intenerite per i morti...
 Melibea
110(Non ti privar di vita).
 Gazzetta
 Sarete anco pei vivi intenerita.
 Melibea
 (Ferma il braccio, crudele).
 Gazzetta
                                                    Cos’è stato?
 Melibea
 È morta Vienna ed è Paris svenato.
 Gazzetta
 Eh, che favole son; sono romanzi.
 Melibea
115Che romanzi? Che favole? Ignorante!
 Questa è un’istoria vera,
 scritta da man sincera;
 e tanto più la verità si stima
 quant’ella è scritta coll’ottava rima.
 Gazzetta
120Io dico...
 Melibea
                   Olà tacete;
 vi scaccierò, se mi contradirete.
 Gazzetta
 Eh, non vi contradico.
 È vero, anch’io lo dico.
 La storia è scritta da sincera penna.
125Sono due grandi eroi Paris e Vienna.
 Melibea
 Poveri sfortunati!
 Erano innamorati.
 Son di casa fugiti e mentre l’uno
 l’altra al fonte aspettava,
130ecco viene una fiera...
 E così quella fiera...
 ammazza uno di loro e l’altro poi...
 lascia le spoglie sue...
 Basta; alfin sono morti tutti due.
 Gazzetta
135Me ne dispiace assai.
 Melibea
 Non ho sentito mai
 una istoria più bella a’ giorni miei.
 Sentite il lor lamento;
 e se il core nel sen di carne avete
140ascoltate il suo pianto e poi piangete.
 
    «Vienna bella, Vienna cara»
 Paris dice, il poverino.
 «Vienna cara, Vienna bella»
 e la guarda un pocolino.
145«Vienna mia...» e poi sospira;
 «Vienna bella...» e poi delira;
 batte i piedi e batte il petto;
 chiama il diavolo e tra’ un cospetto
 e poi piange... E voi ridete?
 
150   Via piangete, Gazzetta, con me.
 Ah da ridere il caso non è.
 
 SCENA V
 
 GAZZETTA, poi ERIDENO
 
 Gazzetta
 Oh questa è bella assai!
 Io non ho pianto mai
 per alcuna disgrazia
155e or piangerò con questa bella grazia?
 Erideno
 Caro Gazzetta amico,
 son in un grande intrico.
 Amo Affrodisia mia
 ed ella è piena di filosofia.
 Gazzetta
160Ebben? Filosofando
 si anderà innamorando;
 basta, se voi volete innamorarla,
 che sapiate con arte secondarla.
 Amo anch’io Melibea,
165pazza per i romanzi; e per potere
 viver seco giocondo,
 sto zitto e la secondo;
 e dico che son vere
 e credere si denno
170le istorie di Bertoldo e Cacasenno.
 Erideno
 Ma io non ho studiato.
 A scuola sono stato
 ma sol, come far sogliono i scolari,
 ho imparato a giocar i miei denari.
175Io di filosofia non ne so punto;
 de’ suoi termini ognor m’ho fatto beffe
 e dirò dei spropositi a bizeffe.
 Gazzetta
 Dite ciò che volete;
 spropositate pur senza riguardo;
180già la filosofessa
 con tutti i studi suoi
 non ne sa più di voi;
 e i filosofi stessi,
 che per troppo studiar han fatto il callo,
185dicon spropositacci da cavallo.
 Erideno
 Ma il mondo li rispetta;
 ma a lor si presta fede.
 Gazzetta
 Sì, perché all’apparenza il mondo crede.
 Ma quei filosofoni,
190quando qualche passion li porta via,
 mandan da parte la filosofia.
 
    Corre al mondo un’oppinione
 che fa rider chi ne sa,
 che i scolari di Platone
195fan l’amor con onestà.
 
    Voi che dite? Gli credete?
 Se si trova un platoncino
 presso qualche bel visino,
 ah! che dite? Come andrà?
200Tutto foco a poco a poco
 il filosofo sarà.
 
 SCENA VI
 
 ERIDENO, poi AFFRODISIA
 
 Erideno
 Basta, mi proverò.
 Qualche cosa dirò... Ma qui si appressa
 la mia vaga e gentil filosofessa.
 Affrodisia
205Siete ostinato ancora
 il vacuo a sostener?
 Erideno
                                      No, mia signora;
 non son sì temerario.
 Sol per scherzar con voi dissi il contrario.
 Affrodisia
 Avete voi studiata
210ben la filosofia?
 Erideno
 L’ho studiata. (Non so che cosa sia).
 Affrodisia
 Parlando dell’amore
 filosoficamente,
 qual sistema tenete?
 Erideno
                                         Io sosterrò
215che amore è un certo foco
 che nasce a poco a poco in mezzo al core,
 ch’or ci reca diletto, ora dolore.
 Affrodisia
 Bravissimo davvero,
 questa è la tesi mia.
220Tanta filosofia
 in voi, no, non credevo.
 Erideno
 (Son filosofo dunque e nol sapevo).
 Affrodisia
 Ma l’amorosa fiamma,
 che poi si dice amore,
225come introdur si può nel nostro cuore?
 Erideno
 Da due pupille belle
 escono le fiammelle
 e penetran nel petto
 ad introdur l’affetto.
 Affrodisia
                                        Bravo assai.
230Io non intesi mai
 filosofia più bella. In voi diffuse
 il cielo un sì bel dono.
 Erideno
 (Senza studiar filosofo già sono).
 Affrodisia
 A me peraltro piace
235quella filosofia
 chiamata naturale,
 dimostrativa ed esperimentale.
 Erideno
 E questo è il fondamento
 del mio sodo argomento,
240dagli occhi vostri uscito è il dolce ardore
 che nel mio seno è diventato amore.
 
    Da quei vaghi amati rai
 uscir vidi un dolce foco;
 ei mi accese e a poco a poco
245fe’ quest’alma innamorar.
 
    Non avea provato mai
 tanto affetto nel cor mio;
 or filosofo son io;
 so d’amore disputar.
 
 SCENA VII
 
 AFFRODISIA sola
 
 Affrodisia
250Aimè; nel cor io sento
 ch’or la filosofia mi dà tormento.
 Aristotil, Platone,
 più dei vostri argomenti
 han forza nel mio seno
255le parole soavi d’Erideno.
 
    Or in me provo
 amor che sia;
 pace non trovo
 nell’alma mia;
260smanio e deliro;
 peno e sospiro.
 Ah dunque amore
 del nostro core
 sarà tormento!
265Piacer non è.
 
    Ma se Erideno
 ha per me affetto,
 spero nel seno
 provar diletto
270e al duol ch’io sento
 trovar mercé.
 
 SCENA VIII
 
 MELIBEA e PEGASINO
 
 Melibea
 Venite, Pegasino,
 siete il mio Petrarchino.
 Pegasino
 Melibea graziosetta,
275siete la mia Lauretta.
 Melibea
 Ma, se ben mi volete,
 non mi fate arrabbiar.
 Pegasino
                                            No, non v’è dubio.
 Melibea
 Non contradite a quello che dich’io.
 Pegasino
 Saran tutt’uno il vostro labro e il mio.
 Melibea
280Voglio far un sonetto.
 Pegasino
 Fatelo.
 Melibea
                All’improvviso
 adesso lo farò.
 Pegasino
 Fatelo, che ancor io v’aiuterò.
 Melibea
 Oh questo è un bel soggetto
285per formar un sonetto
 sugli uomini affamati
 che non han pane e fan gl’innamorati.
 Pegasino
 E si potrebbe ancora
 trattar di certe femine curiose
290che sono brutte e fanno le graziose.
 Melibea
 Ma voi contro le donne
 non vi acchetate mai.
 Pegasino
 E pur le donne a me piacciono assai.
 Melibea
 Dunque in lode cantate
295del feminino sesso.
 Pegasino
 Sì ma fate anche voi per noi lo stesso.
 Melibea
 Di farlo vi prometto.
 Ecco In lode degl’uomini, sonetto.
 Pegasino
 In lode delle donne anch’io dirò
300e i miei versi coi vostri intreccierò.
 Melibea
 
    Uomo, tu sei un animal perfetto,
 bello, ben fatto e non ti manca niente.
 
 Pegasino
 
 Donna, tu sei di noi gioia e diletto
 ed è senza di te l’uomo impotente.
 
 Melibea
 
305   Per virtù, per saper, per intelletto,
 la donna ti sta sotto riverente.
 
 Pegasino
 
 Ma colla grazia e col gentile aspetto,
 l’uomo mena pel naso dolcemente.
 
 Melibea
 
    Gl’uomini delle donne son più forti.
 
 Pegasino
 
310Sono i vezzi di donna più graditi.
 
 Melibea
 
 Voi ci sapete dar gioie e conforti.
 
 Pegasino
 
    Le donne fan contenti i lor mariti.
 
 Melibea
 
 Gl’uomini fan gioire le consorti.
 
 Pegasino e Melibea
 
 Tutti sono più bei, se sono uniti.
 
 Pegasino
315Tutti sono più bei, se sono uniti?
 Adunque, Melibea,
 più belli noi saremo,
 se in dolce matrimonio ci uniremo.
 Melibea
 Sì sì, tu dici il vero.
320Oh che gentil poetico pensiero!
 Pegasino
 Dammi, o cara, la mano.
 Melibea
 Eccola ma... Pian piano,
 io non voglio sposarmi,
 se non ho da’ poeti più valenti
325una raccolta di componimenti.
 Pegasino
 Eh cosa importa...
 Melibea
                                    È l’uso inveterato;
 andar dobbiam noi stessi
 questo e quello a pregar segretamente
 che cantino di noi;
330diran che siamo eroi
 e che dal nostro talamo fecondo
 il terror nascerà di tutto il mondo.
 Pegasino
 Per un che si marita,
 la più bella raccolta è pane e vino,
335un poco di denari,
 un poco di cervello,
 una moglie di genio e andar bel bello.
 
    Invece di sonetti
 vuon essere panetti;
340invece di canzoni
 vuon esser ducatoni.
 Poeta son anch’io
 e collo stile mio
 farò un componimento
345che non vi spiacerà.
 
    Oh quante, quante volte
 si vedon le raccolte
 sui banchi del formaggio!
 Mia cara, vi prometto,
350fra noi qualche sonetto
 più bello si farà.
 
 SCENA IX
 
 MELIBEA, poi ser SACCENTE
 
 Melibea
 Io, che di poesia son invaghita,
 non voglio esser unita in matrimonio
 se Apollo non invoco in testimonio.
355Ma ecco quel marmotta
 ch’io non posso vedere.
 ser Saccente
                                             Oh, mulier docta!
 Semper optime vale.
 Melibea
 Serva, signor Saccente senza sale.
 ser Saccente
 Come! A voi non è nota
360dunque la virtù mia?
 Melibea
 Eh, se la poesia non possedete,
 un virtuoso da dozzina siete.
 ser Saccente
 Poesis non dat panem.
 Melibea
 A parlarmi latin siete venuto?
365A me piace il volgare e vi saluto.
 ser Saccente
 E come mai può darsi
 che senza prosodia
 si sappia poesia?
 Qui nescit declinationes,
370qui nescit coniugationes,
 qui nescit concordantias
 del numero, del genere, del caso,
 i versi comporrà soltanto a caso.
 Melibea
 Orsù basta così,
375andate via di qui, signor Saccente.
 Fate il pedante e non sapete niente.
 Io ne so più di voi. Che? Nol credete?
 Ora mi sentirete
 qui qui sul vostro viso
380far versi all’improvviso.
 Perbacco vi vuo’ far meravigliare;
 vi voglio in più linguaggi improvvisare.
 
    A Bulogna no s’ dà
 un babbion como a sì vu.
385Tutt’al mond s’accorderà
 che vu siadi un turlulù.
 
    Ed a Napoli, bene mio,
 se ci vai, sarai frustato;
 e managgia chi t’ha figliato.
390Fosse anciso... Fosse ampiso;
 e vattene, vattene deccà.
 
    Via sier alocco, via sier baban.
 Via che ve mando in venezian.
 Dove no digo perché el se sa.
395Via che ve mando de là de Stra. (Parte)
 
 SCENA X
 
 Ser SACCENTE, poi ARMONICA
 
 ser Saccente
 Costei non fa per me.
 È un’ignorante e fa la poetessa.
 No no, non cambio la filosofessa.
 Armonica
 Signor Saccente mio,
400di voi andavo in traccia.
 ser Saccente
 (Anche questa non ha cattiva faccia).
 Cosa mi comandate?
 Armonica
 Io so che voi cantate.
 ser Saccente
                                         Sì signora,
 so di musica ancora.
 Armonica
405Io sono virtuosa
 ma per esser perfetta
 mi resta d’imparar qualche cosetta.
 Vorrei che mi diceste,
 per penetrar del canto in le midolle,
410che cosa sia il bequadro ed il bemolle.
 ser Saccente
 Cara la mia figliuola,
 siete voi stata a scuola?
 Armonica
                                             Oh cosa dite?
 Ho studiato, ho imparato.
 Per sei o sette mesi ho solfeggiato.
 ser Saccente
415Brava! In sì poco tempo
 avete fatto del profitto assai.
 Armonica
 Subito virtuosa io diventai.
 ser Saccente
 Cantatemi un’arietta.
 Armonica
                                          Volentieri.
 Non mi faccio pregar; la canterò.
 ser Saccente
420Io l’accompagnerò.
 Avete qualche cosa?
 Armonica
                                       Ho due ariette,
 una allegra allegrissima,
 l’altra patetichissima.
 ser Saccente
 Datemi quell’allegra;
425la proveremo un poco.
 Armonica
 Eccole tutte due.
 ser Saccente
                                 Basta l’allegra.
 Quell’altra la potete metter via.
 Armonica
 Ma di queste signor non so qual sia.
 ser Saccente
 Non conoscete il tempo?
 Armonica
                                               Signor no.
 ser Saccente
430Ma le parole?...
 Armonica
                               Leggere non so.
 ser Saccente
 Oh questa è bella! E l’arie voi cantate?
 Armonica
 A memoria mi son state insegnate.
 ser Saccente
 Date qui, date qui. Che voce avete?
 Armonica
 Che voce? Io non v’intendo.
 ser Saccente
435Cosa siete? Contralta ovver soprana?
 Armonica
 Io son quella che sono
 e canto all’improvviso
 ed ognun mi fa applauso, ognun mi loda.
 ser Saccente
 Virtuosa davvero a tutta moda.
440Venite qui; cantate.
 Cappari! Tre bemolli! (Osserva l’aria)
 A voi, figliuola mia.
 Armonica
 Il bemolle non so che cosa sia. (Ser Saccente suona il ritornello su la spinetta)
 Armonica
 
    Quel caro amato ciglio...
 
 ser Saccente
 
445   Quel caro amato ciglio...
 
 Armonica
 
    Quel caro amato ciglio...
 
 ser Saccente
 Ma quei son tre bemoli agli occhi miei.
 Armonica
 Che importa a me, se fossero anche sei?
 ser Saccente
 Ma voi non intonate.
 Armonica
450Eh signor, perdonate;
 intono a prima vista.
 ser Saccente
 O voi non ci vedete
 o le regole buone non sapete.
 Ritorniamo da capo. (Suona il ritornello)
 Armonica
 
455   Quel caro amato ciglio
 che m’ha ferito il cor...
 
 ser Saccente
 Oibò.
 Armonica
              Che cosa avete?
 ser Saccente
 Ma voi stonate maledettamente.
 Armonica
 Andate via, che non sapete niente. (Gli leva le carte dal cembalo)
 ser Saccente
460Brava, figliuola mia,
 voi farete fortuna.
 Per essere stimata
 una brava cantante,
 basta che siate ardita ed arrogante. (Parte)
 
 SCENA XI
 
 ARMONICA sola
 
 Armonica
465Ser Saccente grazioso!
 È troppo scrupoloso;
 per acquistar di virtuosa il vanto,
 si sa che a’ nostri dì non vi vuol tanto.
 
    Un po’ di bella voce,
470un po’ di buona grazia,
 un po’ di solfeggiar.
 Che importa saper tanto?
 Già dove manca il canto
 qualcosa supplirà.
 
475   Un personal che incontri,
 la grazia e la beltà. (Parte)
 
 SCENA XII
 
 GAZETTA, poi PEGASINO
 
 Gazzetta
 Oh che pazze curiose
 abbiamo per le mani!
 Questa villeggiatura
480è piacevole assai.
 Un piacere più bel non ebbi mai.
 Pegasino
 E per goder in pace,
 ci convien secondarle.
 Gazzetta
                                           Ma vorrei
 che mi parlaste schietto.
485Avete per nessuna amore in petto?
 Pegasino
 Io vi confesso il vero.
 Un po’ per Melibea.
 Gazzetta
 Sappiate, amico mio,
 che per la stessa ho qualche amor anch’io.
 Pegasino
490Dunque come facciamo?
 Gazzetta
 Non vuo’ che ci scaldiamo.
 Ognun tenti la sorte;
 e lei scelga chi vuol per suo consorte.
 Pegasino
 Io per me son contento.
 Gazzetta
495Per ottener l’intento
 io la seconderò con tutto il cuore
 nel romanzesco umore.
 Pegasino
 Ed io la parte mia
 farò con essa nella poesia.
 Gazzetta
500Vedrem chi più felice
 riuscir saprà di noi.
 Pegasino
                                       Ma ci dobbiamo
 portar da buoni amici,
 aiutarci un coll’altro.
 Gazzetta
                                        Volentieri
 io con voi lo farò.
 Pegasino
505Ed io da buon amico opererò.
 Gazzetta
 Eccola, secondate
 una graziosa idea
 ch’ora mi vien in testa.
 Pegasino
 Sì, volentieri... E poi?
 Gazzetta
510E poi farò lo stesso anch’io per voi. (Si ritirano)
 
 SCENA XIII
 
 MELIBEA sola
 
 Melibea
 Son due belle virtù, due bei diletti
 ch’ho nella testa mia,
 istoria e poesia.
 Son tutte due gustose in eccellenza.
515Non so a quale di lor dar preminenza.
 Mi piacciono per questo
 Gazzetta e Pegasino,
 l’uno istorico e l’altro buon poeta,
 onde per esser lieta,
520avendo ciaschedun le virtù sue,
 li sposerei, potendo, tutt’e due.
 
 SCENA XIV
 
 GAZETTA, PEGASINO e detta
 
 Gazzetta
 Mia bella Dulcinea,
 pria che giunga la notte,
 eccovi a’ piedi vostri don Chisciotte.
 Melibea
525Oh valoroso eroe,
 venite alle mie braccia! E voi chi siete? (A Pegasino)
 Pegasino
 Io son, se nol sapete,
 ammirator di vostra padronanza,
 compagno a don Chisciotte, Sancio Panza.
 Melibea
530Oh così mi piacete,
 ora investiti siete
 del carattere vero degli eroi.
 Gazzetta
 Son cavaliero errante e son per voi.
 
    Anderò fra monti e selve,
535colle belve, cogl’armenti,
 i cimenti ad incontrar.
 
 Pegasino
 
    Porterò lo scudo e l’asta...
 Basta, basta... Lo vedrete...
 Mi potrete comandar.
 
 Melibea
 
540   Valoroso cavaliero,
 buon scudiero, vi saluto;
 anderò col vostro aiuto
 colle amazoni a pugnar.
 
 Gazzetta
 
    La bella mano
545a me porgete.
 
 Melibea
 
 Prima dovete
 per me pugnar.
 
 Pegasino
 
    Pria vi dovete
 far sbudellar.
 
550   Dov’è un nemico?
 Dov’è un rivale?
 Dov’è chi dica
 che la sua bella
 sia ancor più bella
555della mia bella?
 Con questa spada
 l’ucciderò.
 
    A’ vostri piedi
 lo getterò.
 
 Melibea
 
560   Allor la mano
 vi porgerò.
 
 Pegasino
 
    Corpo di Bacco,
 padrone mio,
 sostengo io
565che la mia bella
 sia ancor più bella
 della tua bella.
 Timor non ho.
 
 Gazzetta
 
    Con questa spada
570t’ucciderò.
 
 Pegasino
 
 Timor non ho.
 
 Gazzetta
 
    A’ vostri piedi
 lo getterò.
 
 Melibea
 
    Allor la mano
575vi porgerò.
 
 Gazzetta
 
    Para, insolente
 questo fendente.
 
 Pegasino
 
 Io non son morto.
 Paro e rapporto.
 
 Gazzetta
 
580Ah, para questa.
 
 Pegasino
 
 Guarda la testa.
 
 Melibea
 
 Oh che valore!
 O che prodezza!
 Oh che fortezza!
585Questo resiste,
 quello sta saldo.
 Questo è Tancredi,
 quello è Rinaldo.
 
 Gazzetta
 
    Prendi.
 
 Pegasino
 
                    Eh eh!
 
 Gazzetta
 
590Parati.
 
 Pegasino
 
                Oimè.
 
 Gazzetta
 
 Cedi.
 
 Pegasino
 
              Son qua.
 
 Gazzetta
 
 Mori.
 
 Melibea
 
              Pietà.
 
 Gazzetta
 
    Mia bella Dulcinea,
 m’arresto al tuo comando;
595a te presento il brando
 e il braccio vincitor.
 
 Melibea
 
    Accetto il tuo bel dono;
 avrai la destra e il cor.
 
 Pegasino
 
    Io me ne vado via,
600bondì a vusignoria.
 Che caro don Chisciotte!
 Che fortunato amor! (Parte)
 
 Gazzetta
 
    Ho il cor di gioia pieno,
 non posso star in freno.
 
 Melibea
 
605Che dolce matrimonio!
 Che fortunato amor!
 
 Fine dell’atto primo