Metrica: interrogazione
541 endecasillabi (recitativo) in Il festino Parma, Monti, 1757 
vuo’ quei tre suonatori ad ogni costo.
li voglio a casa mia; non vi è riparo.
Bene; mi favorisca del danaro.
Prendi. (Si leva un anello dal dito)
                 Che vuol ch’io prenda?
                                                             Quest’anello.
Povero anel! Non lo riscuote più. (Da sé)
Se danari non ho, non sarò solo.
E per cosa? Per una cicisbea. (Come sopra)
ch’io bisogno non ho di seccatori.
del vostro borsellin la seccatrice.
e a ragion mi riprende e mi consiglia.
Servo una dama stravagante, inquieta
ma in impegno son io, non vi è rimedio.
Ecco la moglie mia; povera dama!
essere amata ed essere servita;
spesso è dopo tre dì bella e finita.
Conte, un piacer vorrei.
                                             Sì, comandate.
                                       Sì, egli è vero;
e di dirvelo tosto avea in pensiero.
Lascerò che da voi sieno invitati.
E fra le altre madama Doralice.
non ci fosse la vostra cicisbea.
è passione ordinaria e troppo antica.
Io gelosa non son; servite pure,
se non basta una dama, e quattro e sei
ma non posso e non vuo’ soffrir colei.
screditarmi nel cuor di mio marito.
ed unisco il marito al cavaliere.
Vi potete doler de’ fatti miei?
Il cuore a voi, qualche attenzione a lei.
Caro signor consorte l’ho capito.
Mi consiglia così? Che bel marito!
il cavalier Ansaldo mio fratello.
co’ miei lamenti di recargli un tedio;
ma è necessario alfin porvi rimedio.
mandan per riverirla l’imbasciata.
del festin, della cena e son venute
Se ne andranno deluse e mal gustate.
              Serva, contessa.
                                             Divotissima.
                         Servirla.
                                           Obligatissima.
(Che volete veder? Siam di buonora). (Piano alla baronessa)
                                        Vi ho sempre amato
Fummo insieme allevate; io son la stessa.
Il mio divertimento eccolo qui.
Sola a sedere o con un libro in mano.
                                          Anch’io lo so.
Una volta, egli è vero; adesso no.
Vi ha detto la contessa del festino?
Il festino si fa? (Al conte)
                              Si fa, signora. (Alla contessa sdegnoso ed ironico)
Ma i suonator voi non trovaste ancora.
Li ho trovati alla fin. Signore mie,
certa che si facesse e non ardiva
                                   Sì certamente,
invitate vi avrei, come or v’invito. (Freddamente)
                            Le vostre grazie accetto.
(Voglio che ci venghiamo a suo dispetto). (Piano alla marchesa)
                                       Serva divota.
                                      Anche di più?
siete, contessa mia, siete cortese.
quel che mi convien far).
                                               Su via, contessa,
                                          Sì, ho ragione
d’esserlo in grazia vostra. (Ironica)
                                                 Evvi un gran male
                                   No, non è niente.
Divertirsi, ballar, no, non disdice.
Ma... vi sarà madama Doralice?
di una qualche peggior mormorazione.
che di far mormorar teme il periglio. (Ironicamente)
al mondo rio di mormorar si reca.
Il cuor v’inganna e la passion v’accieca.
ma rimedio non c’è; son nell’impegno.
così vuol l’onor mio; soffrir conviene.
s’ei non porta il danar che mi abbisogna,
Ecco quel seccator di mio cognato.
                                       In casa mia
                                    Bene obligato.
Divertitevi pur; buon pro vi faccia.
non si conduce un odioso oggetto.
A una dama si dee maggior rispetto.
ch’io bisogno non ho di precettore.
vi son congiunto e per amor vi parlo.
spiacemi che di voi si lagni il mondo.
che alla cena da voi, signor, verranno
colle critiche lor vi pagheranno.
la mattina vedere all’improviso
che vi fan di rossor tingere il viso? (Si vede Balestra venir di lontano)
Con licenza, signor, vedo il mio servo
                                          Povero conte!
Sono con voi. (Hai tu il denar portato?) (Piano a Balestra)
                                 Cognato, io vi son schiavo. (Prende per mano Balestra e correndo parte)
e lo veggo vicino al precipizio.
Di lui poco mi cal; sol mi dà pena
la misera germana ed è mio impegno
l’afflitta solevar dal giogo indegno.
lo scandalo evitar ma se persiste
ad esser seco un inimico, un angue,
son cavalier, vendicherò il mio sangue.
che strepita, che grida? È una gran vita
Non ho un’ora di ben vicino a lei.
Presto, presto il cappel, la spada mia. (A Targa servitore il quale parte per ubbidire, poi torna)
la guarnizione del vestito nuovo,
si hanno da ricomprar. Non vi è riparo.
Ma ch’io non ne ho vosignoria non sa.
ch’io per voi non potessi ire alla festa.
No, non ci voglio andar, se non ho quello.
                                      Ci penserò. (Viene il servitore colla spada e con il capello)
                                           Sì. L’avrete. (Si pone in testa il capello)
                                        (Non me ne fido). (Da sé)
non so quel che ci sia. Non voglio lite.
Fo quel ch’io posso e il mio buon cuor gradite.
Qualche volta un po’ troppo io lo tormento.
Ma sol lo faccio per temperamento. (Apre la borsa)
Di derider la moglie ebbe l’ardire?
Una borsa mi dà con dieci lire?
No, non voglio tener né meno queste. (Getta la borsa e coglie nel petto al conte che sul momento arriva)
                                       Vostro danno.
Quando la dama è ancora ritirata,
non si viene così senza imbasciata.
mi fu da voi; perché sdegnarvi adesso?
L’abusarsene ognior non è concesso.
                                         In cortesia
dite quel che volete e andate via.
                                   Mi duol la testa.
se l’onor di servirvi ancora ottengo?
Questa sera alla festa io non ci vengo.
è il festino per voi, se colle dame
corso è l’invito. Oh sì per voi, madama,
mi troverei nel più fatal imbroglio.
Non ci vengo, non posso e poi non voglio.
Deh vi prego, madama, in carità.
È vano il faticar; non vuo’ venire,
                                     (Ora sto fresco).
                                       Lasciar che ballino
e star meco a tenermi compagnia.
Senza farmi vedere in casa mia?
divertitevi e più non mi seccate.
                                       Oh questo no.
                                          Ve lo dirò.
Non ci vengo, signor, con vostra pace,
perché vuo’ far quel che mi pare e piace.
                                            Così è.
Se non basta per voi, basta per me.
e sta nel mio voler la mia ragione.
immobile, confuso e stupefatto.
quel che Targa m’ha detto il servitore?
Dissemi che il sartore avea perduto
dieci braccia d’argento e non potea
Vuol comparir magnifica all’invito.
Si potrebbe veder di rimediarvi.
Lo porterò al sartore e si dirà
che avevalo un garzone traffugato,
e che s’è ritrovato. In cotal modo
non si offende la dama ed ha il vestito
e calmata verrà forse all’invito.
un pensiere mi vien per vendicarmi).
Digli che passi pur. Sì vuo’ provarmi. (Parte il servo)
Conte non la farai, te lo prometto,
a costo ancor di rovinarti il tetto.
                                       No, mio signore.
è lo stesso la moglie ed il consorte.
Bella felicità! Pochi son quelli
che la godano al mondo; e l’infelice
                                     Per dire il vero
che una sposa gentile ottenne in sorte;
ma fa poca giustizia a sua consorte.
degna d’amor, degna di stima, il mondo
giustamente l’apprezza e in venerarla,
vel protesto, signore, altrui non cedo.
il conte dà una festa; i suonatori
altrui carpì; succederà un impegno.
Spiacemi per la moglie. Oh sventurata!
Ma voi pure a ballar foste invitata.
Non signor, perdonate; dacché io seppi
qualche ombra di me per suo consorte,
più venir non si vide a queste porte.
quando il conte m’inviti, io non ci vo.
                                     Sì, lo prometto.
e se il ballo si fa, signor, badate,
nasceran delle scene inaspettate.
Mio pensiero sarà porvi riparo.
Vada la cena ed il festino a monte.
                                         (S’egli mi crede,
se il festin non si fa, son vendicata).
                                     Bene obbligata.
                                          Ed il vestito?
Questa sera sarà bello e finito.
A chi volete scrivere a quest’ora?
                                      È qui di fuora.
Fatel venir innanzi in cortesia. (In modo burlevole)
Subito. Oh gran pazienza ch’è la mia! (Parte)
Dirò che mi ha obbligata mio marito.
E se il ballo impedisce?... Cosa importa?
che se in casa starò, non sarò sola.
Eccomi qui. Vuol strapazzarmi ancora?
Meco almeno lo fa tre volte al dì.
(L’abito l’ha cangiata). Obligatissimo.
                                     E perché no?
La gondola a pigliarvi io manderò.
Sì, mandatela pur, mi obbligherete. (Al conte)
                                 Un poco ancora
                                       Eh non è niente.
Che vi caschi la testa un qualche dì.
Ecco le grazie sue. Sempre così.
ed ancora nol vedo e non lo provo? (Targa entra e le fa cenno che deve farle un’imbasciata)
Che nuova c’è? Chi mi domanda? E viva;
                         Servirla.
                                           Obbligatissima.
dalla vostra prudenza si desidera.
                                         È ver?
                                                        Che occorre
dubitar, baronessa? A dir «saprete»
Il festino si fa, lo fa per lei.
Il contino ha per me della bontà.
Siamo venute qua, come diceva,
per aver un consiglio importantissimo;
se andar si deve alla conversazione
con il piccolo cerchio o col cerchione.
credo sia confidente. Ognuna puole
andar come si trova e come vuole.
Voi come andate? (A madama)
                                    Non lo so.
                                                        Qual abito
                                     Ancor, per dirla,
                              Oh non lo porto più.
                                            È ver?
                                                           Non so.
                     Con un po’ di guarnizione.
                                           Cerchio grande.
al solito caffè. Serva, madama.
(L’ambiziosa volea che si prestasse
per avvilirci e comparir lei sola). (Piano alla baronessa)
abbia un poco d’invidia.
                                              Sì, può darsi;
suole dell’altrui bene aver dispetto.
Io non sono così. Godo, gioisco
                                     Vedrete un abito
che non vi spiacerà. Vuo’ che nessuna
(Anch’io, per dir il vero, ho un po’ di rabbia). (Da sé. Targa con un’altra imbasciata)
Madama Rosimena. Sì, è padrona. (Targa parte)
Affé la goderò la vecchiarella.
Ha settanta e più anni e fa la bella.
                                               Che ne dite?
Un cavalier che la servia da giovane,
Caso, per dir il vero, inusitato.
                                Serva.
                                              Baronessa,
                          Serva. (È ognior la stessa). (Don Peppe fa pure le sue riverenze)
                                            Comandate.
anch’io venire a divertirmi un poco.
parlerò, vederò ma non prometto.
che le nieghi il favor temer non lice.
Quand’io chiesi una grazia al mio don Peppe
negarmela non seppe; eccolo qui.
(Si può veder di peggio!)
                                                (È veramente
Tutto farò per donna Rosimena,
E meco venirà don Peppe mio.
                                        E ben madama,
se don Peppe non vien, non vengo certo.
Vi darò la risposta. Dove andate
Ogni giorno al caffè senza alcun fallo.
la risposta l’avrete oggi al caffè.
Andiamo, don Peppino. Con licenza. (S’alzano)
Vi faccio riverenza. Son sicura
madama del favor; non ho alcun dubbio;
e questa sera impaziente aspetto
per far col mio don Peppe un minuetto.
S’ella verrà, ci avrem da divertire.
                                      Quando il sapremo?
                                      Ci rivedremo.
spesso ci soglio andar. Mi piace assai
questo costume di Venezia, almeno
colla maschera al viso ogniuna va
dove vuol, con chi vuol con libertà.
perché si crede d’essere garbata.
se credesse di mettersi con me.
e lo dice e il sostien che non si dia
una vita gentil come la mia.
del mio piede sì bello e sì ben fatto;
stupisce, e non è già caricatura,
che mi stia ben qualunque acconciatura.
creperanno d’invidia tutte quante.
Già m’aspetto di far più d’un amante.
Son smaniosa, impaziente. Mio marito
lasciato ha meco di pranzar stamane,
rivederlo vorrei, vorrei sapere
se la festa si fa. So ch’egli suole
qui sovente venir. L’attenderò.
Vuo’ veder di placarlo. Ah, ch’io l’adoro,
ah che gli affetti miei son spesi invano...
Opportuno al mio duol vien mio germano.
Ah contessa, voi qui? Sola a quest’ora
Sola non sono; ho il servitor con me.
L’uso della città me lo permette,
l’accesso onestamente in ogni sito
e qui son per parlare a mio marito.
Perdonate, germana, io non approvo
di libertade un così strano abuso,
coll’esempio dell’altre io non vi scuso.
se vi vede al caffè? Rimproverarlo
dei torti che vi fa come potrete,
se ai rimproveri suoi qui vi esponete?
Evitate da saggia un tal periglio.
Non vi spiaccia seguire il mio consiglio.
Tacerò, soffrirò; ma questa sera
madama Doralice a mio dispetto?
Ella non ci verrà, ve lo prometto.
                                          Perch’ella stessa
                                      E voi il credete?
Quella donna, signor, mal conoscete.
è il difetto maggior del vostro sesso.
e se mai d’ingannarmi ha per pensiere
vendicarmi saprò; son cavaliere.
Sarà ben ch’io men vada e che aderisca
al desio del fratello e l’ubbidisca.
della dama graziosa il buon marito.
di restar, di sentir. Parti e ritorna. (Al servitore, il quale se ne va)
colla maschera al viso e sconosciuta. (Si maschera)
                                          Come diceva,
alla consorte mia le voglio bene
                                         (Costui non viene,
terminato ho il denar, s’ha ancor da spendere
e l’anel, che impegnai, mi convien vendere). (Da sé)
(Quella maschera chi è?) (Piano al conte)
                                                (Chi sia non so;
non l’ho veduto mai quel dominò). (Piano ad Alessio)
(Come state a denar?) (Come sopra)
                                            (Per dir il vero
li ho spesi tutti e non ho un soldo appresso). (Come sopra)
(E mi trovo ancor io nel caso istesso). (Come sopra)
Si potrebbe provar). (Come sopra)
                                        (Bene; proviamo). (Come sopra)
                                            Riverente.
                            Vi occorre niente?
forse il tempo con noi non perderete.
Veramente è un’azion da cavaliero.
                                          Anch’io davvero.
Ho voluto scoprir per qual motivo
                                    Ci son venuta
per rintracciar di voi. Venite meco.
Cara consorte mia, per or non posso.
                                 Voi, don Alessio,
Non volete venir? (Al conte)
                                   Deggio andar via.
si offerisce servire e la consorte
(Se Balestra non vien, son nell’intrico).
Lasciatevi servir qui dall’amico. (Alla contessa)
                                 Vi chiedo scusa.
Collo sposo o col servo andar son usa.
d’un cavalier la servitude onesta.
Questa sera, signor, viene alla festa?
poco siamo graditi. E allora quando
                                          Io non comando,
basta che vi gradisca mio marito. (Sostenuta)
ma più chiaro può dirmi: «Io non vi voglio»?
                                        È la contessa
che al festino stassera non ci vuole.
                                        (Di rabbia io fremo). (Da sé)
So che andar non conviene.
                                                   Eh sì, ci andremo.
Mi volete a un impegno espor così?
la fattura a pagar del mio vestito.
Se non parla con voi partir non vuole.
Ma pagatelo almen colle parole.
Se gli parlate, aspetterà; non dubito.
Se gli basta così, lo pago subito. (Parte)
ed usare convien l’arte e l’ingegno.
(Nuova curiosità venir mi sprona.
L’ho sentita alla voce e vuo’ spiare,
sconosciuta da lei, se temo invano,
se s’inganna il pensier di mio germano). (Da sé. Siede mascherata)
(Eccola che ritorna. Vuo’ mostrare
non ravvisarla. Ecco le dame anch’esse). (Da sé)
La vecchiarella non si è ancor veduta?
                                   Finor non so;
e né meno so dir s’io ci anderò.
                                               A mio marito
e a invitarmi non manda la contessa.
ch’ella mandi l’invito, oh non ci andate.
che l’amicizia mia non le sia grata?
Che sospetti di me? No, la contessa
e conosco il suo cuor saggio ed onesto.
che la contessa sia di voi gelosa.
Ecco l’effetto delle lingue indegne,
non vedo l’ora di vederla e seco
giustificarmi e protestar sincera
a lei la stima e l’amicizia vera.
Se le arrivo a parlar: «Scaccia» vuo’ dirle
Il tuo consorte il ciel ti benedica.
Schiava ti son, ti son verace amica».
(Che risolvo, che fo?) (Da sé agitandosi un poco)
                                          (Par si commova). (Da sé osservando la contessa)
(Di sua sincerità facciam la prova). (Da sé, indi parte)
                                     Qui la contessa
a sentirvi parlar non è presente.
Eh care amiche, non sapete niente.
                                       So che si dice
Vi torno a dir, voi non sapete niente.
che possiate cantar questa canzone.
Io vi voglio cantar la sua risposta.
Basta basta così. Poffar il mondo
or ora per le rime vi rispondo.
colla gondola proprio a nostra casa.
E v’invita stassera alla sua festa.
Presto dal parrucchier, marito mio.
                                     Non vi è nessuno.
E vi devo servir da servitore?
Non volete andar voi, v’andrò da me.
Si fermi, non si scaldi; anderò io.
Sempre gridar! Ma che destino è il mio?
Mi consolo con voi. (A madama)
                                     Godo che siate
(La mia testa alla fin l’ha superata). (Da sé)
                                      Eccola qui.
Spero di sì; ma vederò il contino.
Dov’è il vostro don Peppe? (A donna Rosimena)
                                                   L’ho mandato
a comperar de’ fiori, il poveretto.
                  Per me, per infiorarmi il petto.
Brava, brava, farete una gran mina.
Parerete stassera una sposina.
in quest’età, fo sospirar più d’uno.
Mi basta che mi serva il mio don Peppe.
Ecco il conte che vien. Gli parlerò
e sapremo sul punto o sì o no.
                                          (Ehi la contessa
mi ha invitata al festin). (Piano al conte)
                                               (Brava, ho piacere;
conosciuto mia moglie ha il suo dovere). (Piano a madama)
Ma il perché non lo sa né glielo dico. (Da sé)
che al festino venir stassera brama.
Sarò suo cavalier. (Accenando che intende burlarla)
                                   Sono impegnata.
                                  È giovinetto. (A donna Rosimena)
È più bel di don Peppe. (A donna Rosimena)
                                              Il credo anch’io. (Sospirando)
L’accetterei ma non fo torto al mio.
(Ballan senza di me? Conte indiscreto!
Fe’ il ballo principiar senza aspettarmi?
Ah, se posso, con lui voglio sfogarmi). (Da sé)
                                            È necessario
far preceder l’avviso. Elà. Sentite. (Al servitore)
favorisca venir, se si contenta.
Fate che la contessa non vi senta. (Il servitore s’inchina mostrando che sarà servita)
anziché alla contessa, a suo consorte?
state cheto e lasciate a me l’impegno.
Ecco la dama. (Osservando venir la contessa)
                            (Oh servitore indegno!) (Da sé)
                                            Lo dissi anch’io.
Non potete tacer? (A don Alessio)
                                   Non parlo.
                                                         Al ballo
libera può venir senza imbasciata.
                                          Deh in cortesia,
don Alessio, tacete o andate via.
Tacerò, partirò; con buona grazia
(Non s’ha a parlar? Ma la gran bestia è questa!) (Da sé)
Non lo posso soffrir così sguaiato.
                                   Con vostra pace
io lo voglio trattar come a me piace.
Sì, non ci devo entrar, lo so ancor io.
                                     Come parlate?
Via, venite a ballar, se comandate.
                                        Vi dirò;
l’imbasciata mandaste a mio marito.
fosse l’incommodarvi inciviltà.
Mandami a far per esso il suo dovere. (Inchinandosi)
(Balla senza di me, voglio andar via). (Da sé)
son cadute poc’anzi in svenimento.
Grazie di tal bontà. (Già la capisco). (Da sé)
                                         Non vorrei
                                    Non crederei;
rese le convulsioni universali.
                                           Andiamo al ballo.
                                         Per qual ragione?
Mi principia a venir la convulsione.
Ecco il marito mio che a noi s’appressa.
Madama è qui colla consorte mia.
                                               Come. Perché?
Don Alessio dov’è? (Al conte)
                                     Balla l’amico,
O venga meco o partirò io sola.
Se fermarsi non vuol, che far non so.
Termine è questo d’amicizia.
                                                       Cara?
Qualche cosa di più sempre s’impara.
vuo’ colla bella in libertà lasciarvi.
io pentir la farò di tal pazzia.
Non mi state a seccar; voglio andar via.
                            Tant’è.
                                           Deh, madamina,
                                          Eh via non serve. (Voltandogli le spalle)
(Maledetta! Vorrà ch’io m’inginocchi). (Da sé)
se al mio pregare il vostro cuor non cede.
Ah madama, mi getto al vostro piede. (S’inginocchia)
Come! (Veggendo il conte inginocchiato)
                (Povero me!) (Da sé alzandosi)
                                           Di tal viltade
capace è il vostro cor? (Al conte) E voi, madama,
                                  Qua mi vedete,
venne a casa invitarmi la contessa.
di qua partir; ma donna che resiste
ad un uomo che prega e che si prostra
troppo incivil, troppo crudel si mostra.
ora al ballo passar vuo’ per impegno). (Da sé e parte)
Conte, è ver quel ch’io sento?
                                                       Sì, signore.
Pazza è vostra germana e non vorrei
aver un giorno ad impazzir con lei. (Parte)
Che pensare non so! Che la germana
possa averla invitata io non comprendo.
Son le femmine strane e non le intendo.
La contessa dov’è? (Al conte)
                                     Si è ritirata.
Perché meco ballate è corrucciata.
mando al diavolo or ora e lei e voi.
                                     Siete un ragazzo,
un senza spirto, un scimunito, un pazzo.
(Principiano le scene, io me ne avvegio). (Piano alla marchesa)
(Aspettate, che or or vedrem di peggio). (Piano alla baronessa)
Signore, una parola. (A don Alessio)
                                        Comandate. (S’alza)
Favorite passare. (Additandogli la stanza dove lo desidera)
                                  Ehi, dove andate? (A don Alessio)
Favorite anche voi. (Entra nella stanza)
                                      Sentite pria. (Al conte)
Conte, che l’onor mio non si strapazzi.
Non san che dire i scimuniti, i pazzi. (Entra nella stanza)
Che sia tre volte al giorno maledetto). (Da sé)
se la moglie veder vuol suo marito. (S’alza e s’incamina)
Dove, dove, madama? (Arrestandola dolcemente)
                                           A rintracciare
                                       Or non si può.
Eh sì che si potrà. (Ironica)
                                    Per ora no. (Con forza)
                                               Eh siate buona.
Di tutta casa mia siete padrona.
Oh tacete, vien donna Rosimena. (Osservando fra le scene)
(Finirà questa scena, io mi lusingo). (Da sé sedendo)
(Finger tu m’insegnasti e teco io fingo). (Da sé)
                                Eccomi qui
col mio don Peppe. (Don Peppe s’inchina alla contessa)
                                      Serva riverente. (Inchinandosi a don Peppe)
(Ehi, del contino non gli dite niente). (Piano alla contessa)
ballar con questa dama. (Ai cavalieri seduti)
                                              Oh perdonate,
non fo torto a nessuno in sul festino
ma vuo’ solo ballar con don Peppino. (L’orchestra suona il minuetto, donna Rosimena e don Peppe ballano, la contessa va a sedere. Terminato il minuetto, donna Rosimena e don Peppe siedono vicini)
e che diasi riposo ai suonatori.
Sì, non mi fo pregar. Contessa, io vado. (S’alza e parte)
(Qualche scena graziosa ancor m’aspetto). (Da sé)
Non si fan cerimonie, a tutti quanti
Precederò, per dar esempio, io stessa. (Parte)
Sono stanca un pochino; andiam pian piano. (Parte servita da don Peppe e partono tutti fuorché madama Doralice ed il conte)
Tutti vanno alla cena ed io qui resto?
Dite, signor, che trattamento è questo?
                                   Già ho conosciuto,
                                   Servo umilissimo. (Con qualche sdegno allontanandosi)
                                      Dico, signora,
che i vostri insulti sofferir son stanco.
Oh oh, che novità! Le cento volte
vi nasce in sen questo novello orgoglio?
In publico deriso esser non voglio.
siete un uomo stordito, un insensato.
                                    Dove?
                                                   Alla cena.
                                       E voi restate.
                                      E voi andate.
                                        Senza di me? (Patetica)
Ah onestà non si trova, onor non c’è.
                                       Siete un ingrato.
                                              Eccomi a voi.
Un corriere, madama, or ora è giunto.
che ha vicino alla morte il genitore.
si prendono le poste e si va via. (A madama con qualche calore)
Lo comandate voi? Bene, si vada. (A don Alessio)
(Il resto poi vi narrerò per strada). (Piano a madama)
                                      Consorte amata,
tutto vostro son io. Caro cognato,
                                    Lo voglia il cielo.

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