Metrica: interrogazione
679 ottonari in Il talismano Milano, Bianchi, 1779 
nostra patria è il mondo intero;
e fondato è il nostro impero
   A ingrassare i giorni magri
senza un poco d’impostura
   Il legista, il galenista,
il soldato, l’uom di stato
   E il bel sesso malcontento
nostra patria è il mondo intero
e fondato è il nostro impero
   Me n’andrò; ma... mi perdoni,
se il padron non lo consente...
   Ella ha tutte le ragioni;
non mi vuo’ sacrificar. (Parte)
   No signor, non v’inquietate, (Pancrazio s’impazienta)
   Vo a incontrarla. Ad affrettarla.
Giusto ciel! Non vi adirate,
   V’amo più che non credete;
È una pena da morir. (Parte)
   Son amante... ma costante
   Sommi dei che giusti siete
consolate il fido amor. (Tutti tre si tengono per la mano)
e d’accordo è con Lindoro,
                        Sì signor.
   Van d’accordo fra di loro.
   Brava, brava... Ma conosco
Chi è di là? Venga il notaio. (Esce un servo e parte subito)
Ah signore, e mia sorella?... (A Pancrazio)
Aspettarla è conveniente... (A Pancrazio)
Moderate un tal rigor. (A Pancrazio)
   Fato! Sorte! Cielo! Amor!
   Son notaio e son dottor. (Perillo e Pancrazio seduti; l’uno detta piano, l’altro scrive)
Evidente è il suo periglio. (Fra di loro e sottovoce)
   Porrò a mano il talismano (Da sé in disparte)
   Qual consiglio! Qual periglio!
Qualche mal gli arriverà. (Fra di loro e sottovoce)
   Guardie, guardie, disgraziato!
Guardie, guardie, eccole là.
Guardie, guardie. Eccole là. (A suono di tamburo, vedesi entrare la guardia di granatieri. Carolina in virtù del talismano ha preso l’abito e la figura del sargente della guardia)
   Alto, alto. (Ai soldati) Comandate. (A Pancrazio)
   Carolina dov’è andata?
   Cos’ha fatto finalmente?
                    Non v’è pietà.
   Voglio andare. Oh ciel! Che pena!
   Tu mi beffi? Tu sberleffi?
cor ingrato, aspetta, aspetta,
   Quando in seno il cor mi balza
veggio un’onda che m’innalza
   Quando amore mi conquassa
veggio l’onda che m’abbassa,
che m’affonda in mar crudel.
dissipato il fosco vel. (Parte)
   A te tocca aprir la bocca,
il tuo stato, buono o ingrato,
o Sandrina o il tapatà. (Parte. Imita il suono del tamburo)
   Non intendo, non comprendo
s’è una pena, s’è un martiro;
ma piuttosto ch’un ritiro...
Sì piuttosto me n’andrei...
   Non ho più quel primo fiore
   Se mi guardo nello specchio
non s’accorge d’esser vecchio
vuo’ cantare e vuo’ ballar. (Accompagna il canto con qualche movimento di danza e parte)
   Ecco qui distintamente, (Ai servi facendo vedere i fogli)
questo al tale, questo al tale.
   Questo foglio all’avvocato... (Ai servi)
   E quest’altro... (Carolina
   Questo foglio non è quello...
non so più quel che ho da far.
Torneremo a cominciar. (Parte coi servi)
   Quel soave e dolce aspetto
   Prende l’uom che mal discerne
   Quest’è un scherzo, quest’è un gioco.
Arde il cor, verace è il foco.
Giusto cielo! Squarcia il velo.
   Non intendo, non comprendo...
   Mi consolo ch’or vi sento
   Voglia amore, voglia il fato
   Qual piacere! Qual contento,
della mia felicità. (Partono per vie separate)
   Che Lindoro qui si renda,
ch’egli senta e si difenda. (Entrano Lindoro e Sandrina)
contro il zio, contro il tutor?
   Hai studiato il ius civile,
che puoi farti dell’onor. (Con ironia)
in voi spera il protettor. (A Pancrazio)
   Che fai qui? Non sei chiamata.
e domando un difensor. (Carolina entra in abito e figura d’avvocato con foglio in mano)
   Qual arrivo inopinato? (Da sé)
Tu l’avevi preparato. (A Lindoro)
   Prestantissimo congresso,
Lo presento al tribunal. (Dà vari fogli ad un servitore, il quale li distribuisce a tutto il congresso. Tutti osservano e leggono)
   Sia permesso che al congresso
   Gran bravura, gran talento!
   Un tal astio, un tal ardire
concepire, oh dio, non so. (Fra di loro)
non temer, ti salverò. (Da sé. In questo tempo i legisti aprono i fogli e leggono piano)
   Ora è tempo d’impedire,
ora è tempo d’operar. (Fra di loro)
   Parla chiaro il testamento;
non ha molto da sperar. (Le carte prendono fuoco nelle mani de’ legisti, quali si spaventano e le gettano a terra)
   Fuoco, fuoco, cos’è questo!
che ha prodotto, che ha lasciato,
   Oh che fogli indemoniati.
   Un tabacco ch’è odoroso,
ch’è soave, ch’è prezioso
   Ritorniamo all’argomento.
ascoltate... Eccì, eccì. (Sternuta)
Viva, viva. Eccì, eccì. (Sternutano)
Buon tabacco. Eccì, eccì. (Sternutano)
   Ecco qui del testator (Sternuta ed è affaticato)
   Ah vedete... Eccì, eccì. (A Pancrazio sternutando)
Comprendete... Eccì, eccì. (Lo stesso)
mi si spezza, eccì, eccì. (I leggisti si levano)
   La session per ora è sciolta,
   Deh restate... Eccì, eccì.
   Foco. Fumo. E que’ sternuti!
Temo. Tremo. Il ciel m’aiuti.
«Del tuo mal tu sei l’autor».
   Se non siamo più costanti,
   Ah mancar mi sento il core.
   Ah s’accresce il mio tormento,
più d’ogni altro provo e sento
No, per noi non v’è pietà.
                             Ben mio, restate.
                         Non andate.
   Se sì male amore ingrato
   Che lo sdegno, che il rigor
   Che lo sdegno, che il rigor
   Se la stima... Se il rispetto...
Se l’amor... L’inclinazione... (Imitando Sandrina con caricatura)
   Voglio e posso quel che voglio,
quel che voglio il voglio, il posso,
che fra l’onde immobil sta. (Parte)
   Fra gli abissi e per le sfere
                         Voi lo saprete.
   Come! Dite; il vostro alunno,
   No; non scherzo. Olà! Chi sei?
                       Un impostore.
                        Sì ch’egli è vero.
Il tuo ardir t’ha qui introdotto
   Parla dunque, di’, chi sei?
Ah cospetto dico a lei... (Perillo battesi il petto e gli cade il naso posticcio)
                               Siam spacciati.
   Già t’attende, già t’aspetta
Guardie... Guardie... Eccole qua. (Carolina in abito da sargente con guardia di granatieri)
   Ah mi trema in seno il core,
   Ah Giannina rammentate. (A Giannina)
Più non penso al traditor. (A Sandrina)
   Ah per lui voi perorate. (Al notaio)
No; m’ha offeso nell’onor. (A Lindoro)
   Creppi, schiatti l’impostore
   Sfoghi ognuno in questo giorno
   Di quest’antro fra l’orrore
volgo incerto il guardo e ’l piè.
   Io la chiedo all’aure, all’onde
   Fra l’orror di quelle piante
   Chiamo allora il mio tesoro;
   Voglio andar... Oh dio! Che pena!
   Piango, grido e più m’affanno
   ma furbetto in quell’istante
Volo... Ah no... Mi trema il core
odi il suono delle trombe; (A Sandrina)
   Non ho più quel primo fiore
   V’è più d’uno che desia,
al mio primo e solo amor. (Parte)
concepire oh dio non so. (Fra loro)
non ha molto da sperar. (Le carte prendono fuoco nelle mani de’ legisti, quali si spaventano e le gettano a terra)
   Fuoco, fuoco, cos’è questo?
che ha prodotto, che ha lasciato,
   Noi restar qui non vogliamo,
                    Non vogliamo.
                       Non possiamo,
torneremo un altro dì. (I legisti partono confusamente seguitati da Pancrazio e Giannina che cercano di arrestarli)
non v’è scampo; io son perduto,
   Ma alfin passa ogni tormento

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